Fummo a un passo dalle stelle. Broglio, il mendicante del cielo.

Luigi Broglio nacque a Mestre agli inizi del Novecento. Precisamente, l’11.11.11. In questo caso almeno, la successione di numeri riportata in questa data molto particolare, palindromo per eccellenza, non pretende rimandare a significati occulti. La data di nascita di Broglio – 11.11.11 – ci suggerisce ciò che egli è stato veramente: un numero uno.

Conseguita una prima laurea in ingegneria – si laureerà anche in matematica e fisica – egli sembrava destinato a una carriera universitaria. Ma le leggi dell’epoca fascista impedivano a chi non fosse sposato di ottenere una cattedra universitaria. Fu inquadrato, invece, con il grado di tenente nella Regia Aeronautica dove sviluppò i suoi studi di aeronautica e dove, durante la seconda guerra mondiale, lavorò al progetto di aerei da combattimento.

Entrato nelle formazioni partigiane al seguito di Paolo Emilio Taviani, prese parte attivamente alla Resistenza. Caduto il regime fascista, fu revocata la norma che impediva l’insegnamento universitario ai celibi. Nonostante ciò, dovette ugualmente lasciare l’Italia per portare avanti i suoi studi. Il suo primo incarico universitario lo ebbe come visiting professor presso l’università di La Fayette, negli Stati Uniti. Anche qui fu oggetto di discriminazione, sia pure surreale. «Entrando per la prima volta nella stanza che mi avevano dato» raccontava divertito, «sul tavolo trovai due piccoli saggi contro le ragazze cattoliche: uno spiegava che non si deve sposare una ragazza cattolica perché il Papa aveva favorito Mao Tse Tung; l’altro, perché in caso di malattia di una puerpera, non si poteva abortire». L’aneddoto è riportato nel libro-intervista di Giorgio Di Bernardo Nicolai Nella nebbia, in attesa del sole, edito da Di Renzo Editore, un libro che è l’unica biografia oggi disponibile di Luigi Broglio.

Il professore comprese, dunque, che qualche problema l’avrebbe avuto anche negli Stati Uniti. Infatti, non appena partì la caccia alle streghe del senatore McCarthy contro i presunti comunisti, a lui che era soltanto un cattolico gli fu ritirato il passaporto. Gli americani, che hanno sempre avuto il difetto di fare d’ogni erba un fascio, come abbiamo visto, ritenevano che il Papa fosse da assimilare addirittura a Mao Tse Tung. Una volta accertata la sua scontata estraneità al mondo comunista, però, non soltanto gli fu restituito il passaporto ma gli proposero anche di diventare cittadino americano. Una proposta che Broglio rifiutò – troppo forte era la nostalgia dell’Italia. Gli americani, sorpresi, inviarono una lettera di ammirazione al governo italiano informando che lo studioso aveva rifiutato uno dei cinque stipendi più alti dell’aeronautica americana pur di non rinunciare alla prospettiva di tornare in patria.

Vari furono i campi di ricerca in cui si distinse il prof. Broglio, in particolare quelli relativi allo studio delle forze aerodinamiche che agiscono sulle ali degli aerei – facevano l’esordio in quegli anni le ali a freccia. Ma il campo in cui la collaborazione con gli americani si rivelò maggiormente feconda fu quello dello studio della dinamica dell’alta atmosfera la cui conoscenza si riteneva fondamentale per la messa in orbita dei satelliti. Broglio mise a punto un esperimento da condurre sia in America sia in Sardegna. Racconta nel libro Nella nebbia, in attesa del sole: «Il 13 gennaio del 1961, con un tempo orribile, effettuammo il primo lancio. Ricordo la grande emozione, mia e dei miei aiutanti, che nonostante il freddo intenso, sudavano. Ma, a dispetto del tempo e della paura di fallire, tutto andò alla perfezione e prendemmo dei dati molto buoni, cosa che non riuscì altrettanto bene ai colleghi americani per un guasto dell’ultimo minuto».

Fu così che il prof. Broglio si conquistò, in tutto il mondo, un’indiscussa autorevolezza nello studio dell’alta atmosfera. Anche perché questi risultati arrivavano proprio nel momento giusto. Sempre nel libro di Di Bernardo Nicolai, da cui è tratta buona parte delle informazioni riportate in questo testo – non essendovi, tra l’altro, altre fonti cui attingere – Broglio ricorda: «Volevo presentare i risultati del lancio al congresso del COSPAR a Firenze il 12 aprile del 1961. Nel corso del congresso, il rappresentante russo Blagomolov si alzò, chiese di interrompere i lavori e diede l’annuncio con le lacrime agli occhi. Gli scendevano lungo le guance, mentre diceva che il maggiore Yuri Gagarin era, primo uomo nella storia, entrato in orbita. La notizia fu accolta con un grande applauso. Anche gli americani applaudirono, ma per loro la notizia fu un colpo sullo stomaco».

Gli americani avevano fino a quel momento sottovalutato l’importanza della conquista dello spazio. Ma si resero subito conto che non sarebbe stato difficile per loro rispondere alla sfida rappresentata dall’incredibile impresa russa. Proprio in quegli anni, infatti, avevano installato nella Murgia pugliese e in Turchia dei missili Jupiter a medio raggio di costruzione Chrysler, per scopi militari. Gli Jupiter, progettati da Wernher von Braun, erano dotati di testate nucleari ed erano puntati contro i paesi comunisti dell’Europa dell’Est, compresa l’Unione Sovietica. Fu la crisi dei missili a Cuba dell’anno successivo, paradossalmente, a fornire agli americani la spinta necessaria a colmare il gap che li separava dai sovietici nel dominio dello spazio. Poi gli USA rilanciarono la sfida verso la conquista della Luna. Sarà, infatti, proprio un’evoluzione del progetto degli Jupiter a generare il “Super-Jupiter”, poi ribattezzato Saturn, il razzo che consentirà di realizzare l’ambizioso programma Apollo dello sbarco dell’uomo sulla Luna.

Fu questa una sfida che ebbe, tra l’altro, il merito di spostare il terreno dello scontro tra USA e URSS per il predominio dei cieli, da quello pericolosissimo della minaccia atomica a quello del civile confronto del progresso tecnico e scientifico. In quegli anni il mondo intero poteva assistere, dunque, all’inedita sfida nella corsa verso lo spazio, ingaggiata dalle due superpotenze. Ma c’era una parte di questo mondo che non intendeva assistere da semplice spettatore. Era l’Italia di Luigi Broglio.

Broglio, infatti, cominciò ad accarezzare l’idea che anche l’Italia potesse partecipare da protagonista alla corsa per la conquista dello spazio. Ma come poteva un paese come l’Italia avventurarsi in un’impresa simile che soltanto le superpotenze si riteneva potessero sostenere? Ovviamente, era notevole lo scetticismo al riguardo e Broglio ricordava che su questo argomento perfino il cuoco si burlava di lui. Ma gli scettici sottovalutavano un fattore: la fede cristiana di Broglio, quella fede che porta a ritenere che ciò che è impossibile agli uomini è invece possibile a Dio. Fin da bambino, Luigi Broglio era rimasto ammirato dalla devozione dei suoi genitori verso santa Rita, la santa delle cose impossibili. E pensava: “perché non dovrei sperare anch’io l’impossibile?” Probabilmente, avrà pensato anche alle parole del Vangelo: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Fu allora che questo stimato cattedratico che, tra l’altro aveva scalato anche tutta la carriera dell’aeronautica militare fino a diventare generale, si fece umile mendicante perché quell’Italia che amava potesse lanciarsi nell’esplorazione dello spazio.

Inutile dire che per realizzare ciò che agli occhi di tutti non sembrava altro che il sogno di un povero illuso, Broglio doveva arrangiarsi con risorse scarsissime. Ma Broglio aveva un piano: affidarsi al buon cuore degli uomini, realizzare tutto nella maniera più economica possibile e inventarsi qualcosa di nuovo. Quello che inventò, per il lancio dei missili, era una piattaforma marina, una di quelle che si usano per le estrazioni petrolifere. Ovviamente, chi era già scettico riguardo alle idee del professore-generale, trovò in questo progetto una buona occasione per incrementare il proprio scetticismo. Ma l’idea di usare una piattaforma marina come base di lancio si rivelò davvero geniale; per trasportare un missile, infatti, era sufficiente caricarlo su una nave. E questo faceva risparmiare un sacco di soldi. Gli americani, per esempio, per raggiungere Cape Canaveral via fiume e via terra, dovevano affrontare problemi logistici enormi: dalla bonifica dell’area, che in realtà non fu mai del tutto bonificata e dove per esempio le zanzare rendevano impossibile il lavoro degli addetti, alla necessità di costruire strade enormi, come grandi autostrade, di mezzi di trasporto giganteschi, progettati e realizzati per l’occasione.

Altra idea di Broglio fu quella di collocare la piattaforma al largo del Kenya, sulla linea dell’Equatore. E anche questa soluzione offriva dei vantaggi non indifferenti: dal fatto di contare su una maggiore spinta in fase di lancio alla possibilità, per il razzo, di seguire una traiettoria lineare. La messa in orbita di satelliti lanciati da latitudini più distanti dall’Equatore rendevano infatti più difficile il controllo e, ovviamente, tutto molto più oneroso, perché bisognava fare accordi internazionali con diversi paesi per creare un’adeguata rete di rilevamento. Invece, all’Equatore era sufficiente avere una sola stazione sia per il lancio del missile sia per il rilevamento; non bisognava fare altro che aspettare che il satellite passasse sopra la propria testa, senza andarlo a cercare alle varie latitudini.

Ma se questi erano i progetti, come realizzare il piano? Lo abbiamo detto: Luigi Broglio contava sulla generosità del prossimo e su una notevole capacità di adattamento. Chi poteva vederlo al lavoro, in un capannone dell’aeroporto romano dell’Urbe, avrebbe forse ricevuto l’impressione di un umile meccanico all’opera nella sua officina per le riparazioni delle automobili, come se ne vedevano altre nelle periferie cittadine. Si trattava di impianti che non potevano essere paragonati nemmeno lontanamente a quelli della NASA. Ma quel capannone all’aeroporto dell’Urbe era ciò che Broglio aveva ottenuto per realizzare le sue imprese spaziali. Poi andò negli Stati Uniti per verificare se anche lì avevano voglia di regalargli qualcosa. C’erano quei missili e quelle basi missilistiche in Puglia che gli americani dovevano assolutamente smantellare, altrimenti i russi non avrebbero tolto quelli che loro avevano installato a Cuba. “Spostiamo questa tecnologia e il personale tecnico in Kenya” avrà proposto il generale Broglio. Incredibilmente, fu accontentato.

Gli americani affidarono in comodato anche due piccole piattaforme marine. E questo fu anche un colpo di fortuna – ma Broglio avrebbe preferito parlare di divina Provvidenza – perché pochi giorni dopo tutte le piattaforme marine furono requisite dall’esercito USA e inviate nella guerra del Vietnam. Si trattava a questo punto di procurarsi la piattaforma principale. A questo proposito, il generale Broglio non poteva pensare ad altro che all’ENI di Enrico Mattei, l’Ente nazionale degli idrocarburi. Si recò, dunque, da Mattei per verificare la disponibilità ad affidargli, ovviamente gratis, una delle piattaforme usate dall’Ente per le estrazioni petrolifere in mare.

Nel libro di Di Bernardo Nicolai, Nella nebbia, in attesa del sole, si può leggere il racconto di Broglio: «Mi rivolsi al presidente della SNAM pregandolo di presentarmi a Mattei, ma questi mi rispose: “Non c’è bisogno, si presenti da solo”. […] Gli spiegai quello che stavamo realizzando e a che cosa puntavamo. Alla fine, con un po’ di faccia tosta, gli dissi: “Perché non ci regala il Perro Negro?”, che era una bellissima piattaforma. Mattei mi guardò un attimo, tra il sorpreso e il divertito, e poi mi rispose: “Veramente noi costruiamo le piattaforme per venderle, non per regalarle”, ma poi aggiunse: “Eventualmente possiamo riparlarne per lo Scarabeo, una piattaforma più piccola che abbiamo in Egitto”. Non sapeva di aver gettato in quel momento le “basi”, in senso letterale, dell’astronautica italiana».

Broglio tornò poi negli Stati Uniti per definire i termini della collaborazione. Qui gli americani, che hanno il vezzo di mettere un nome a ogni cosa, gli domandarono: «Come chiamiamo questo programma?». Broglio propose il nome di San Marco, che è il protettore delle operazioni sul mare. Per la piattaforma, invece, «mi venne in mente “Santa Rita”, perché è la Santa delle cose impossibili!» Lo Scarabeo fu dunque trasferita nei cantieri navali di Taranto perché fosse trasformata in una base missilistica “off-shore”. Successivamente, la piattaforma cominciò la sua navigazione verso l’Oceano Indiano per essere piazzata al largo del Kenya. Intanto, da Gioia del Colle e dagli altri centri dell’altopiano della Murgia pugliese cominciò ad arrivare il materiale dismesso dalle basi missilistiche degli Jupiter. Finché l’incredibile piano per portare l’Italia nello spazio fu pronto.

«Cominciammo il countdown la mattina presto» ricordava Luigi Broglio di quel 15 dicembre 1964, «Doveva durare sette-otto ore. Cadeva tutto a pezzi perché il materiale che avevamo proveniva dalla base di Gioia del Colle e quindi era tutto vecchio. Eppure tutto procedette bene fino a 14 minuti prima dl lancio, quando cominciò una serie incredibile di piccoli problemi: disturbi nei collegamenti, altri problemi minori, e, dulcis in fundo, la rottura dell’orologio nella sala comando, che mi costrinse a continuare il countdown con il mio orologio da polso».

Nonostante questi e altri inconvenienti, il missile San Marco partì. L’Italia si inseriva, così, nella corsa per la conquista dello spazio; era il terzo paese, dopo le due superpotenze USA e URSS, nella storia a mettere in orbita un satellite.

C’era da esserne orgogliosi, invece una serie incredibile di divisioni, di maldicenze e forse di pressioni internazionali, cominciò a porre pesanti ostacoli al programma San Marco che pure, nei lanci, poteva vantare il primato assoluto dei successi in termini percentuali. Questi successi avevano destato un forte negli altri paesi europei dove l’industria, particolarmente quelle francese e tedesca, scorgeva la possibilità di sfruttare economicamente queste nuove opportunità.

A questo proposito, il generale Broglio rimase convinto, fino alla fine dei suoi giorni, della scarsa lealtà dei francesi che avrebbero cercato di appropriarsi dei risultati del programma San Marco. Certamente, gli interessi economici riuscirono ad imporsi sull’idealismo di questo manipolo di scienziati italiani. Ma probabilmente ci fu anche quel limite culturale che l’Italia non è riuscita a superare e che non li mette in grado di apprezzare le opportunità offerte all’economia nazionale dalla sussidiarietà. In Italia si riteneva e si ritiene tuttora che soltanto lo Stato abbia la legittimità di operare nel campo della ricerca scientifica. E che, invece, la ricerca orientata ad applicazioni industriali non avrebbe la stessa dignità.

Ci sarebbe tanto da discutere a questo proposito. Il caso della ricerca spaziale italiana è a questo proposito molto eloquente. Lo Stato, purtroppo, non è che un organismo burocratico che difficilmente riesce a trovare la giusta sintonia con il brulicante mondo della scienza. È una realtà dove, privi di protezioni politiche, si va incontro alle più penose delusioni. Nel libro Nella nebbia, in attesa del sole, Di Bernardo Nicolai riporta l’amaro racconto di Luigi Broglio: «Nel 1979 chiedemmo di essere finanziati per il lancio del San Marco 5, dei due satelliti della NASA e per lo sviluppo del San Marco Scout. Quando ebbi l’impressione che il CIPE avrebbe tagliato i fondi per il razzo, cercai di parlare con Andreatta, che era ministro del bilancio, in pratica presidente del CIPE, ma non fui ricevuto se non dopo che era stata presa la decisione, con la quale erano stati approvati tutti i programmi escluso il San Marco-Scout. Andreatta mi accolse dicendo: “Ah, generale. Lei è venuto qui a protestare!”» Con questa battuta umoristica davanti alla porta d’ingresso di un ministero, l’incredibile ed esaltante avventura di Luigi Broglio cominciava la sua inesorabile parabola discendente.

Il San Marco 5 attese quasi dieci anni per essere lanciato. Il mondo politico italiano si allontanava sempre più da quello della scienza. Un giorno del 1981, dopo tante peripezie, Broglio riuscì a farsi ricevere da Giovanni Spadolini. «Quando arrivai, Spadolini era appena tornato da Torino e non sapeva nulla di me».

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2 Comments

  1. Caro Osip, è bello conoscere – attraverso di te – persone sconosciute ai più, che hanno costruito pezzi della nostra storia, e che sono state forti e tenaci nel credere alla Provvidenza. Grazie

  2. Grazie per aver parlato di Broglio, persona ammirabile da mille punti di vista e del quale la memoria storica in Italia è stata cancellata.
    Oltre che straordinario scienziato (benché fosse ormai novantenne, andandolo a salutare, lo trovavo ancora assorto nel suo giardino a lavorare sulle equiazioni riguardanti massa inerziale e gravitazionale), Broglio fu uomo di grandissima delicatezza e sensibilità, ma la sua forte riservatezza gli impedivano di manifestare pienamente queste sue doti.
    Fu anche grande uompo di fede, e non a caso le piattaforme e il programma furono intitolate a Santa Rita e San Marco, ai quali attribuiva, con profonda umiltà, la “miracolosa” riuscita di un progetto portato avanti quasi senza mezzi e tra mille difficoltà e ostruzionismi, ma che alla fine comunque proseguiva.
    Conoscere Broglio per me è stato un onore tanto grande, che non posso descrivere a parole.
    Grazie ancora per aver parlato di lui.
    Aggiungo solo una riflessione, amara: da 10 anni cerco di far realizzare uno sceneggiato su di lui, ma inutilmente. Perché? Quello che ha fatto da ancora tanto fastidio (fare tanto spendendo poco va contro l’uso comune) o l’ignoranza (nel senso latino del termine) della politica e della cultura italiana davvero non riescono a cogliere la grandezza di questo personaggio?
    Giorgio Di Bernardo

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