«A lei piacerebbe stare qui». Peppe Lomonaco e il mondo.

Peppe Lomonaco è uno scrittore, ma quando penso a lui mi vengono sempre in mente altri scrittori. Mi dispiace per lui, perché meriterebbe che qualcuno parlasse esclusivamente di lui. E di cose da dire ce ne sarebbero. Lomonaco ha pubblicato recentemente una nuova raccolta di racconti: Gita aziendale e altre storie, edito dalle Edizioni Giannatelli di Matera. Quando uscì È stata una lunga giornata, scrissi che questo scrittore mi ricordava Cesare Pavese per quel paradosso di un’esperienza umana che rivela l’insopprimibile amore per la vita, nonostante questa porti segnata in sé il suo tragico epilogo.

È stata una lunga giornata è l’unico romanzo di Lomonaco – come ho detto egli scrive prevalentemente racconti – e, come recita il sottotitolo, vorrebbe essere una “storia d’amore e di fabbrica nell’autunno caldo del 1969”. In realtà, questo libro potrebbe essere qualcosa di più di una rievocazione delle lotte sindacali dell’Autunno caldo. È, più precisamente, l’espressione di una fede: adesione meravigliata alla vita. Come lo stupore che prova un emigrato del sud Italia davanti al capannone di una fabbrica di una città industriale: «Un solo capannone fa vivere quattrocentocinquanta famiglie. Se fossero state nei terreni di grano o di fave o di ceci non sarebbero bastati quattromilacinquecento ettari».

A questo nessuno pensa abbastanza. Nello stesso romanzo, Lomonaco scriveva: «Nel capannone, nel mio reparto, ho portato tre vassoi di dolci e delle bottiglie di spumante per il mio matrimonio. I miei compagni mi hanno regalato il televisore. Annina di questo è contenta. Durante la pausa mi hanno tutti quanti festeggiato e non sapevano cos’altro dirmi per farmi gli auguri dopo che in coro i miei compagni pugliesi hanno cantato Che si mangiò la zita. Io non avrei potuto immaginare tanta calorosità. Alcuni di loro, “Visone”, Spartaco Bandiera, Teseo, quelli più anziani, mi hanno abbracciato come se fossi un loro figlio. Mi sono commosso e ho cercato di non farmi vedere con gli occhi lucidi. Anche Renato, il caporeparto, ha voluto stringermi la mano. Sono certo che è stato Adelio a dire a tutti che mi sono sposato».

Il capannone della fabbrica, per l’emigrato meridionale, rappresentava qualcosa di più importante di un semplice luogo di lavoro. Era il posto dove immaginava dover riscostruire tutta quella rete degli affetti che aveva dovuto abbandonare nella sua terra d’origine. Peppe Lomonaco non è che uno scrittore che si mette davanti a un luogo dove immagina che la vita possa rifiorire. Nel racconto Anche i santi sbagliano, raccolto in Una mattina mi sono alzato, rappresenta se stesso bambino quando un giorno fu messo alla porta di casa perché la mamma era in procinto di partorire. Non si riteneva conveniente che un bambino assistesse all’evento. Perciò, lui dovette starsene tutto il tempo ad aspettare fuori, scrutando il comignolo sul tetto, dove riteneva dovesse arrivare sant’Antonio, il santo che porta i bambini. Scrive: «Guardavo la porta di casa sperando che si aprisse. Niente. La porta era ben chiusa. La finestra era appena illuminata dalla luce del lume. […] A passo svelto, nel fango, tornai a sedermi sul gradino per tenere sotto controllo il nostro comignolo. Non volevo perdermi l’arrivo del santo dal cielo. Nel silenzio della strada, sentivo brevi frasi concitate della nonna e delle zie. Poi un urlo smorzato di sofferenza, di dolore o di gioia. Non seppi distinguere. Capii che quell’urlo era di mia madre. Sentii la voce di mio padre dire qualcosa. Poi passi affrettati per la casa e il lieve rumore della bacinella smaltata. […] La porta di casa lentamente si aprì. Sull’uscio apparve mio padre. Non mi mossi dal gradino. Aspettavo un suo gesto. Venne a prendermi. Mi sollevò dal gradino. Mi portò la faccia vicino alla sua. Mi punse la guancia con la barba. Mi riscaldai al suo tepore. Mi sussurrò che ora avevo una sorellina».

Adesso, come dicevo, Peppe Lomonaco ha pubblicato Gita aziendale e altre storie. E dicevo anche che ogni volta che questo scrittore pubblica qualcosa mi vengono in mente altri scrittori. In questo caso, ho pensato a una frase che ha scritto Giacomo Leopardi nello Zibaldone (p.2529): «Finché il giovane conserva della tenerezza verso se stesso, vale a dire che si ama di quel vivo e sensitivissimo e sensibilissimo amore ch’è naturale, e finché non si getta via nel mondo, considerandosi, dirò quasi, come un altro, non fa mai né può far altro che patire». Questo passaggio dello Zibaldone ci permette di cogliere il territorio nel quale si muove Peppe Lomonaco: da un lato, l’ambito degli affetti, della tenerezza e, dall’altro, ciò che Leopardi chiama il “mondo”. Per il poeta di Recanati, come sappiamo, il “patire”, l’esperienza umana con tutta la sua drammaticità, spinge l’uomo a liberarsi dell’ingombro della giovinezza, «finché non si getta via nel mondo».

Cosa sia questo “mondo”? Lomonaco ce lo spiega benissimo nei racconti della sua Gita aziendale. Il “mondo” è quel luogo dove gli uomini devono consegnarsi al potere. È un luogo come potrebbe essere per esempio l’azienda, il luogo di lavoro; dove uomini, forse inconsapevolmente, rinunciano a vivere una dimensione propria per consegnarsi alla vita aziendale. Qui il potere, dopo aver depresso la dimensione affettiva degli “addetti”, cerca di ricostruire un’affettività artificiale, più funzionale alla missione aziendale. Il risultato – si capisce – sarà a dir poco grottesco. A questo “mondo”, però, Lomonaco sente di non appartenere e sente di dover opporre la propria resistenza. E qui sta anche la sua solitudine. Perché, come ammonisce Leopardi, non è facile rimanere fedeli alla propria giovinezza e va a finire che prima o poi l’uomo «si getta via nel mondo».

Come il Ragionier Galletti di Gita aziendale. Il quale in ufficio «avrebbe voluto esserci nato, starci anche di notte, abitarci per occuparsi più compiutamente della sorte dei colleghi: congedi, progressioni economiche, censure, addebiti, certificati medici, ordini di servizio, pensioni». Al punto che, una volta andato in pensione, Galletti non riuscirà a stare a casa, dove la vita gli sembrerà assurda e senza senso. «Anche se si radeva e si cambiava d’abito due volte al giorno, la vita gli sembrava vuota, inutile. Riprese a frequentare l’ufficio, come aveva fatto tutte le mattine per quarant’anni. […] Quando ritiene che sia arrivato il momento, di solito alle tredici, con umiltà saluta il collega, passa dalla Signora Veronica per un gesto di saluto reverenziale, e lentamente si avvia a piedi verso casa percorrendo la strada più lunga».

A questo mondo invece, come si diceva, Lomonaco sente di non appartenere. Ed è per questo che, a un certo punto, gli viene voglia di evadere «da queste stanze d’aria stantia, da questo nulla» che è l’ufficio. Non molto distante, c’è il piazzale da dove si gode il panorama di Matera e degli antichi rioni dei Sassi. Qui un tempo abitava Maria. «Sono trent’anni che ti scrivi con Maria. Dai Sassi finì a Dusseldorf in Kaiserstrasse 108, con la famiglia. Domani rispondi alla sua mail».

È questa memoria che permette all’uomo di non tradire la propria giovinezza. Memoria che non è ricordo di una passato lontano, ma nostalgia di una presenza. «Anche a Maria piacerebbe guardare i Sassi da questo punto preciso. È come se la vedessi, vestita d’azzurro cielo, gli occhi due perle nere, i capelli raccolti in uno chignon. E gli zigomi dolci come il suo sorriso inesauribile, i passi leggeri, e la voce che ascolto nella mia mente e che mi solleva da terra e mi fa volare ogni volta. Anche a lei piacerebbe stare qui. Anche a lei piacerebbe annusare questo profumo di menta e di basilico. Anche a lei piacerebbe guardare questo cielo azzurro queste case di tufo e questi tetti d’embrici e di falchi grillai, queste strade di storie e di amori, di passioni e di ricordi, di pioggia e di neve, di vento e di freddo, di sole e di fumo di legna. Anche a lei piacerebbe partire da qui per raggiungere d’estate, nelle notti di stelle e di luna, gli slarghi dei Sassi dove si danno appuntamento gli spiriti dei bambini per giocare ai giochi interrotti nella vita terrena. Anche lei vorrebbe vedere i santi nelle notti piovose e di nebbia quando si danno appuntamento nel letto putrido della Gravina per battersi con forza il petto e flagellarsi per espiare la colpa di essersi disinteressati alla moria di migliaia di bambini colpevoli di essere nati. Sì, anche a Maria piacerebbe partire ad esplorare i paesaggi del dolore, e della speranza».

Peppe Lomonaco è nato a Montescaglioso nel 1951. Ha pubblicato i volumi Visite eccellenti, Una mattina mi sono alzato, Cespugli, È stata un lunga giornata, Gita aziendale e altre storie. Nel 2012, in occasione del Premio letterario Giacomo Matteotti conferito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Commissione giudicatrice ha ritenuto di segnalare il suo romanzo È stata una lunga giornata. Nella sua vita da pensionato, Lomonaco alterna la lettura e la scrittura alla coltura degli ortaggi e dell’oliveto.

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