Perché i social network sono terribilmente pericolosi

Il santo fratello scrive:

Un amico cattolico, non senza qualche ragione, osserva amaramente: «Oggi capita di sentire espressioni del tipo “è un povero Cristo”, come pure: “è un povero diavolo”. Espressioni cui si attribuisce ormai lo stesso significato. Insomma, ahimè! Cristo e il diavolo sono diventati, da noi, addirittura sinonimi. A questo è ridotta la lingua italiana». È comprensibile la sua amarezza di fervente cattolico. Come reagiremmo noi se qualcuno accostasse Vasco Rossi e Ligabue?

Di chi è la colpa di ciò? Indubbiamente dei social network. Perché fanno venir fuori il peggio di ognuno di noi. Soprattutto per la confusione che si fa attorno a certe metafore linguistiche, per non parlare di questi nuovi vocaboli tipo “postare”, “taggare”, “twittare”, “retwittare”, eccetera. Su Facebook, per esempio, ho ritrovato una mia amica che avevo perso di vista trent’anni fa la quale mi diceva di essere felicissima di aver rivisto sul mio profilo alcune foto della nostra gioventù. E così un giorno la taggai in una foto e le scrissi un commento nel quale dichiaravo che avevo voglia di incontrarla personalmente. Soltanto per il piacere di rivedere insieme quelle vecchie fotografie e magari riderci un po’ su. «Dove vuoi che ci vediamo?» provai a replicare timidamente.

Ci siamo rivisti in questura. «Usare internet per attrarre donne sole in posti sconosciuti con il solito trucco delle vecchie fotografie, vero?» ha insinuato un poliziotto. «Ma no» ho protestato io, «era per ridere un po’». «Facciamo meno gli spiritosi» ha replicato il poliziotto, con un’aria esageratamente severa. Non so se l’avete notato anche voi, ma i poliziotti quando vogliono imporre la propria autorità tirano sempre fuori questa battuta: «facciamo meno gli spiritosi». Ventiquattro ore dopo, comunque, la mia fedina penale era irrimediabilmente macchiata. Pensavo che la giustizia fosse più lenta. Questo, almeno, si dice della giustizia italiana.

Vatti a fidare dei social network. Tu non sai mai come prenderanno una battuta innocente i tuoi amici di Facebook. Passi il termine “amici”, perché su Facebook sei costretto a chiamare amici anche le vipere. Per non parlare di Twitter; d’accordo, qui si ha almeno il buon senso di non parlare di amicizia, ma è un castigo anche dover tenere testa ai follower, soprattutto se questi dovessero scoprire che usi ancora un browser obsoleto. È evidente che le vere discriminazioni razziali, oggi, sono di carattere tecnologico. Altro che colore della pelle, altro che sesso!

È questo il punto. Sui social network siamo costretti, per rispettare quel patto tra gentiluomini che è imposto agli utenti,  a dover essere tutti uguali. Come il dover usare tutti lo stesso browser per evitare che possa insorgere qualche conflitto a livello informatico che potrebbe poi avere, chissà, qualche apocalittica conseguenza – tipo cyberwarfare, la terribile ipotesi cioè di una guerra cibernetica.

È da ciò che deriva, probabilmente, questa eccessiva preoccupazione nei confronti di tutto ciò che nella vita reale rappresenta una diversità. Per esempio, rimuovere ogni differenza tra “povero Cristo” e “povero diavolo”, come notavamo prima. Perciò ci si preoccupa di dare alle parole “Gesù” e “demonio” lo stesso significato, eliminando ogni discriminate differenza. Sarà questa la ragione che ha portato a creare tutti quei tabù lessicali che abbiamo oggi e che ci sta togliendo la libertà di usare anche le parole che amiamo di più, come “padre e madre”, “marito e moglie”, “maschio e femmina”. Pensate come sarà traumatico, per un maschietto dell’asilo, non potersi distinguere dalla femminucce e sprofondare così nelle sabbie mobili dell’inconsistenza sessuale.

Credo che sia da far risalire ai social network la pretesa di eliminare ogni differenza sessuale. Facebook ti chiede di compilare quella casella dove devi dichiarare se sei un uomo o una donna. E tu cominci a temere di dichiarare quello che realmente sei. Perché – ti domandi – come sarà percepita questa mia dichiarazione? Qualcuno potrebbe vederci, forse, una punta di orgoglio e il rischio di urtare la sensibilità dell’altro sesso che sentirebbe, giustamente, di avere una minore considerazione ai tuoi occhi.

Spesso gli amici mi raccomandano di usare quelle faccine che ci sono nella mappa dei caratteri speciali. Fanno benissimo; non si sa mai, leggendo che ti sei sposato con una donna, qualcuno potrebbe pensare che giudichi con severità altri che hanno fatto una scelta di vita diversa. Perciò, poter aggiungere uno “smile” serve a chiarire quali sono le tue reali emozioni in quel momento, che cioè non ci sono cattive intenzioni da parte tua.

Quanto mi sarebbero stati utili questi consigli, per esempio, quella volta che ingenuamente ho voluto incontrare quella mia amica che non vedevo da trent’anni. Capivo che taggarla in una foto poteva prestarsi a spiacevoli equivoci. La mia amica poteva pensare – che so – che io volessi sfotterla. Allora, ritenni che incontrandoci di persona avrei potuto mostrare i miei reali sentimenti nei suoi confronti. Ignoravo che per ottenere questo risultato mi sarebbe bastato mettere una faccina sul mio commento alla fotografia. Lo avessi fatto, non mi sarei macchiato la fedina penale in maniera indelebile. Adesso, chissà quando il parlamento approverà il prossimo indulto.

Holy Brother

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