Quando i galli si davano voce. Romanzo di Mario Trufelli.

Sarebbe riduttivo definire il romanzo recentemente pubblicato da Mario Trufelli un romanzo storico. Quando i galli si davano voce (Edizioni della Cometa, Roma 2013), sebbene si inserisca in un quadro storico ben definito, assume indubbiamente più ampi riferimenti. Si potrebbe definire, forse, un romanzo culturale, nel senso che ha come tema ricorrente quello della forza ideale di un territorio che l’autore non nomina ma che possiamo collocare certamente al di là del “confine culturale” di Eboli, dove Carlo Levi immaginava si arrestasse la corsa del treno della modernità.

Coraggiosamente, o forse provocatoriamente, Mario Trufelli colloca il suo racconto al di là delle colonne d’Ercole della cultura moderna per spingersi là dove la storia si sarebbe fermata, si sarebbe cristallizzata nel mondo della magia, della superstizione e dei miti dell’antichità. In effetti, l’autore ci conduce in un paese tagliato fuori dalle principali vie di comunicazione, dove il treno impiega tre ore per percorrere cento chilometri e dove il Corriere della Sera giunge con un giorno di ritardo. In effetti, egli ci conduce in uno spazio angusto della storia italiana del secolo scorso. Ma per scoprire cosa?

A questo proposito, Trufelli riesce a creare una delle immagini che io trovo tra le più suggestive della letteratura: l’angusto ufficio di un usciere giudiziario. Si tratta di un piccolo locale dove «tutte le sere e in tutte le stagioni si riunivano i canonici della Cattedrale, cinque e sempre gli stessi, per parlare del più e del meno e anche spettegolare con un esercizio al quale alcuni di loro non si erano mai sottratti».

È un locale estremamente angusto che però finisce per rappresentare la coscienza di una comunità, una specie di “cabina di regia” della vita del paese. È un luogo dove riprendono a circolare le informazioni ma, soprattutto, dove si giudica la realtà. Scrive Trufelli: «”Vi dice qualcosa il nome di Samuele Hanau, con l’acca davanti?” Don Giacinto lanciò la domanda appena mise piede nell’ufficietto dell’usciere giudiziario col preciso proposito di suscitare la curiosità dei quattro canonici, fedeli come lui al consueto appuntamento serale». L’ufficio era così angusto che ci entravano appena sei sedie – «non più di tante ne poteva contenere lo spazio a disposizione. Lo divideva dal resto della compagnia un tavolino ingombro di carte bollate con la smorfia, la cabala del lotto bene in evidenza per le frequenti consultazioni».

In questa “cabina di regia” non si scambiavano semplicemente idee o banali informazioni sulla vita del paese; probabilmente anche queste ma, come si diceva, piuttosto si giudicava la realtà.

Il romanzo ha un esordio traumatico, a partire da una circostanza violenta, troppo violenta per la vita di un paese tutto racchiuso nel bozzolo degli affetti familiari. Samuele Hanau, confinato politico di razza ebraica, viene rinvenuto privo di vita all’interno della pensione dove alloggiava. Samuele ha compiuto l’estremo gesto del suicidio. La comunità si interroga su un gesto apparentemente inspiegabile. L’uomo, infatti, vive certamente il disagio di essere confinato, ma nel paese era stato accolto con benevolenza; il suicidio appare, dunque, difficilmente spiegabile ai paesani. Non così, invece, alla polizia fascista che capisce subito che Hanau è venuto a conoscenza di notizie che lo avevano turbato.

Ma qui emerge un interrogativo: come mai erano potute arrivare notizie così riservate in un paese tagliato fuori dal resto del mondo e in un regime che imponeva una rigida censura? Per trovare la risposta a questa domanda – la polizia fascista lo comprende bene – non si può non andare all’angusto ufficietto dell’usciere giudiziario, dove si incontravano i canonici della Cattedrale, uno dei quali tra l’altro intratteneva una corrispondenza addirittura con Francesco Saverio Nitti, ex capo del governo italiano, oppositore del fascismo ed esule in Francia.

La reazione del regime non si fa attendere. Non soltanto quando riuscirà a far allontanare dal paese don Armando, canonico con idee democratiche e “responsabile” di avere legami con Nitti, ma anche quando metterà in scena una delle rituali “parate” del regime per fare la voce grossa e sottrarre il paese dall’influenza di don Armando. Perché è proprio la comunità cristiana a essere messa sotto accusa. Come mai questa comunità ha accolto con benevolenza un ebreo e come mai ha circondato di pietà la sua morte? «Alle nove i rumori quotidiani già rimbalzavano nella piazza. Una ventina di giovani a cavallo faceva da sipario al palco che grondava di gagliardetti labari e bandiere tenuti bene in vista da una rappresentanza di balilla in divisa nera con coccarda tricolore». Insomma, una parata fascista in piena regola.

Dal palco, il federale risponde a una domanda che in realtà nessuno gli ha posto: «Sento che c’è qualcuno tra voi che mi chiede che cosa penso della questione ebraica. Volete un discorso o soltanto una frase, una battuta? Un discorso ci porterebbe lontano, addirittura ai tempi di Gesù Cristo quando i giudei mettevano a morte i profeti e crocifiggevano il figlio di Dio». Il federale si domanda, in realtà, quale pietà possa essere riservata a quegli ebrei che avrebbero messo in croce Cristo e se ne sarebbero assunti la piena responsabilità: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli».

La posizione della Chiesa era, evidentemente, diversa. E quella di don Armando in particolare che non partiva da un pregiudizio razziale, ma da un giudizio su un fatto che non può essere ignorato, il fatto cioè che bisogna sempre guardare all’altro uomo non come un nemico da eliminare, ma come un fratello.

La situazione nel paese diviene ancora più drammatica – un altro confinato ricorre al suicidio – ma anche la storia stessa diviene sempre più presente, come sempre più viva diviene la coscienza personale, una coscienza che farà maturare anche una consapevolezza politica nuova. Una consapevolezza che non si esaurirà in un movimento di mera opposizione al regime, ma che saprà andare anche oltre. Caduto il fascismo, infatti, questa comunità si renderà protagonista di una storica battaglia per il superamento del latifondo e per dare la terra ai contadini.

Davvero Cristo si è fermato a Eboli come immaginava Carlo Levi? Davvero il corso della storia si arresta davanti alle colonne d’Ercole del Mezzogiorno italiano? Un giorno, l’altoparlante della piazza dove avevano tuonato le parole severe del federale fascista, annunciò un comizio: «Importante, straordinario: il Presidente Francesco Saverio Nitti, dopo più di venti anni di esilio in terra straniera torna nella sua terra. Parlerà domani mattina alle ore undici di questa piazza per l’Unione democratica nazionale».

Era la campagna elettorale per eleggere l’Assemblea costituente. La storia irrompeva nuovamente nella piazza del paese. Scrive Trufelli, dal palco il Presidente Nitti «non parlò dell’esilio, non citò neppure la parola fascismo, ma tra i sussurri della piazza, con l’odore dei fiori delle acacie che si diffondeva nell’aria, parlò di primavera. “La nostra nuova primavera di libertà” disse». Ci fu un certo trambusto in piazza, mentre Nitti pronunciava queste parole. Qualcuno gridò: «Presidente, scusate l’interruzione, ma abbiamo soltanto invitato l’ex capo della milizia ad andarsene. Non era giusto che stesse qui».

Dunque, non era vero nemmeno che «Tutto cambia affinché nulla cambi», come diceva Don Fabrizio, il principe di Salina, nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Non è vero che nulla cambi. È vero che non cambia la condizione di sconfitti nella quale sembrano destinati questi uomini, ma tutto cambia perché questi uomini sconfitti ci sorprenderanno sempre. Per questo, all’inizio, ho voluto definire questo un “romanzo culturale”; perché mi è sembrato che Trufelli volesse sgombrare il campo dai pregiudizi imposti da un potere culturale nei confronti di un territorio in realtà vivo, dove la storia non si è fermata affatto. Perché è la storia di uomini capaci di sorprendere sempre con una nuova speranza. Conclude Mario Trufelli: «Gli uomini della terra andavano via sconfitti. Ma Vincenzo li rincuorava: “Dobbiamo lottare sempre, dobbiamo avere fiducia, anche perché non finisce qui”. Proprio in quei giorni cominciarono a mettere i primi semi».

La storia non indietreggia davanti a nulla, nemmeno davanti al posto più inaccessibile e il suo cuore continua a pulsare nelle condizioni più difficili, anche nell’angusto “ufficietto” di un usciere giudiziario, lo spazio per sei sedie soltanto. Trufelli con il suo romanzo Quando i galli si davano voce riesce a rianimare questa speranza. Riesce, con la speranza, a rianimare la storia stessa, che non si arresta né mai finisce. Almeno, come scrive lui, “non finisce qui”.

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