Un campione nel lager sovietico. Eduard Streltsov, il Pelè bianco.

Václav Havel aveva proprio ragione. Se è vero che le dittature classiche “si limitano” – passi il termine – a privare gli oppositori politici della libertà e talvolta della vita, nei regimi totalitari si assiste a un significativo salto di qualità. Per fare un esempio di questo, vorrei andare a riprendere una storia.

Havel, esponente di punta del dissenso cecoslovacco durante il regime comunista e successivamente Presidente della Repubblica, nel saggio intitolato “Il potere dei senza potere” faceva l’esempio del verduraio che ogni mattina riteneva conveniente esporre nel suo negozio comunista il cartello “Proletari di tutto il mondo, unitevi” – possiamo immaginare quale fosse la convenienza – finché un giorno prende la “clamorosa” decisione di lasciar perdere i “proletari di tutto il mondo” perché in fondo a lui ciò che interessa veramente è la verdura, ciò che interessa veramente è il suo lavoro e, più in generale, la sua vita. In quello stesso momento questo verduraio diviene, per il potere comunista, un nemico.

Perché per un potere totalitario, come sono tutti i regimi generati dall’ideologia comunista, il “nemico” non è semplicemente un oppositore politico. Nemica è la vita stessa, nemica è la voglia di vivere che gli uomini hanno. Nemica è la persona. È questo uno dei capisaldi dell’ideologia comunista. Diceva Stalin: eliminata la persona, eliminato il problema. Ciò basta per comprendere la natura del comunismo.

Vengo ora all’esempio, quello del fuoriclasse Eduard Streltsov, un calciatore russo soprannominato il Pelè bianco. È la storia di un campione come ce ne sono stati pochi, ma è anche la storia di una vittima del potere comunista come purtroppo in URSS ce ne sono stati moltissimi – milioni di persone. A interrompere la folgorante carriera di Streltsov ci fu la deportazione nei campi di concentramento. Dietro questa condanna doveva esserci, normalmente, la “colpa” di essere oppositori del regime o anche soltanto dissidenti.

Quale fu, invece, la reale “colpa” di questo calciatore che in testa non aveva idee politiche pericolose ma soltanto il chiodo fisso del pallone? La risposta è questa: Streltsov aveva un taglio di capelli “ribelle” e fumava molto, beveva molto, piaceva molto alle donne. Pare che tra queste donne ci fosse anche la figlia di un pezzo grosso del regime che il campione avrebbe osato respingere. Si trattava della figlia di Yekaterina Furtseva, della quale avrebbe detto: «non la sposerei mai quella scimmia». Di certo, Streltsov aveva una vita sregolata e in questo i comunisti sovietici ci vedevano la tendenza verso un corrotto stile di vita occidentale. Il campione andava urgentemente “rieducato”, tenendo conto dell’inevitabile influsso che avrebbe potuto esercitare sui suoi numerosissimi fans.

La stella di Eduard Streltsov aveva iniziato a brillare quando il calciatore aveva indossato la maglia della Torpedo Mosca, una squadra all’epoca niente affatto blasonata. Divenne ben presto l’idolo della tifoseria di questa squadra che sembrava destinata alle parti basse delle classifiche. Streltov indossò anche la mitica maglia rossa della nazionale sulla quale campeggiava, enorme, l’indecifrabile acronimo CCCP. Era la nazionale di Lev Yashin.

Come scrive Alec Cordolcini sul Guerin Sportivo, «Quando il 25 maggio del 1958 Eduard Streltsov varcò la soglia della dacia di Eduard Karakhanov, ufficiale militare da poco rientrato dalle lontane lande dell’Unione Sovietica orientale, tutto il mondo giaceva ai suoi piedi. Era alto, giovane, vigoroso, affascinante e soprattutto pieno di talento. Con una palla tra i piedi sapeva fare cose incredibili. Mai visto nessuno come lui su un campo da calcio dell’URSS, affermavano all’unanimità i commentatori sportivi; un’opinione, questa, diffusa anche nella parte di Europa sita a ovest della cortina di ferro, dal momento che nel 1957 il nome dell’allora 20enne Eduard Streltsov figurava al settimo posto nella graduatoria del Pallone d’Oro, assegnato quell’anno ad Alfredo Di Stefano».

In 25 maggio del 1958 si era alla vigilia della partenza per il campionato mondiale di calcio che si disputava in Svezia e che avrebbe visto battersi la formazione sovietica contro quella brasiliana; si sarebbe visto, quindi, il grande Pelè contro quest’altro Pelè bianco che era Streltsov. Il brasiliano Pelè avrebbe debuttato ai mondiali proprio in quella partita contro l’Urss; poi, nella finale, segnerà quello che fu definito il più bel gol nella storia dei mondiali di calcio.

Ma ai mondiali di Svezia Streltsov non ci sarà. In quei giorni – scrive ancora Cordolcini – «era rinchiuso in una cella del Butirka, uno dei più duri carceri sovietici, in attesa di giudizio per un’accusa di stupro. Fu condannato a dodici anni e spedito in un gulag […] Fu una macchinazione ad opera di Yekaterina Furtseva, l’unica donna ad essere mai stata ammessa nel Politburo, l’organo esecutivo del PCUS, il Partito Comunista Sovietico. I due si erano conosciuti nell’atrio del Cremlino durante le celebrazioni per la vittoria olimpica; fu in quell’occasione che la Furtseva chiese a Streltsov di sposare la 16enne figlia Svetlana, ottenendo un secco rifiuto. “Sono già fidanzato e presto mi sposerò”, replicò il giocatore». Forse il calciatore aveva bevuto troppo, perché poco dopo, parlando con gli amici, si era lasciato andare, chiamando la figlia della Furtseva “scimmia”.

Gli fanno capire che lo avrebbero lasciato libero e che avrebbe raggiunto i suoi compagni di squadra qualora avesse sottoscritto un’ammissione di colpa. Eduard si piega e firma, ma il potere non mantiene la vergognosa promessa. Viene spedito nel gulag, ai lavori forzati nelle miniere.

Scontata la sua lunga pena, volle tornare a giocare nella sua Torpedo Mosca riuscendo a riportare ai vertici del calcio sovietico questa squadra scalcinata, benché il gulag lo avesse ridotto a una larva. I lavori in miniera avevano procurato al povero Eduard un cancro alla gola, una malattia che lo porterà alla morte.

Eduard Streltsov, fuoriclasse del calcio mondiale, è considerato dai tifosi russi il più grande calciatore russo di tutti i tempi, insieme al portiere Lev Jašin. Nonostante qualche giovanile intemperanza, egli è stato soltanto un giovane che voleva vivere seguendo il suo desiderio: fare un lavoro che gli piaceva, divertirsi con gli amici, essere libero di sposare la donna che amava. È stato un giovane, in fondo, che voleva ciò che giustamente desiderano tutti i giovani.

È stato anche l’esempio di quanto le ideologie siano incompatibili con la vita.

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Guarda questo bellissimo video

http://www.youtube.com/watch?v=06nQ2IoiFJA

Revisione di http://www.f052.it, 1° settembre 2011

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