Albert Camus, un appuntamento con la tenerezza

Locandina del film di Gianni Amelio. Particolare.

Non è onesto parlare di Albert Camus. Non è onesto per me che non sono un critico letterario, ma non è onesto nemmeno per gli stessi critici letterari. Perché Camus, come è noto, non ha posto delle questioni di carattere letterario, ma delle stringenti questioni esistenziali. Ha posto la questione della vita e dal lettore pretende con forza che su questo egli dia una propria risposta, che non eluda l’obbligo che ogni uomo ha di esprimere un giudizio, il dovere cioè di «giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta», come scrive ne Il mito di Sisifo.

Per molti Albert Camus è stato uno scrittore che ha messo a tema l’assurdità della vita, che ha voluto esprimere il suo pessimismo esistenziale, la solitudine assoluta dell’uomo contemporaneo, il suo cinismo, la sua malvagità, la sua violenza. E ci sono tanti brani dei suoi scritti che possono avvalorare queste tesi, a parte l’attribuzione del pessimismo, esplicitamente rigettata dallo stesso Camus. Ma, si sa, non appena la critica letteraria si accorge che qualcuno prende la penna in mano, comincia a fantasticare sul presunto pessimismo di quello scrittore prima ancora che egli cominci a scrivere concretamente qualcosa. Il caso di Leopardi è abbastanza eloquente, ma di casi così sono pieni tutti i manuali italiani di letteratura dove, evidentemente, non ci si preoccupa di apparire poco credibili, riducendo la produzione letteraria a una monotona successione di scritti di aspiranti suicidi. Capirai che allegria!

Non è onesto tutto questo perché se veramente la vita valga la pena di essere vissuta non lo stabilisce la critica letteraria, che abbiamo visto come sarebbe orientata, ma lo stabilisce la vita stessa. E il caso di Camus è significativo a questo proposito. Ne Lo straniero questo autore descrive la personalità di un uomo che mostra di essere del tutto indifferente allo scorrere della vita. È la vicenda di un uomo che sarà poi condannato a morte per aver ucciso un altro uomo, senza nemmeno una ragione, ma soprattutto per essere stato giudicato “un mostro”, un uomo totalmente privo di anima, privo di quella coscienza che spinge gli uomini a legarsi affettivamente alla realtà.

Meursault, il protagonista de Lo straniero, non mostra emozione né partecipazione nemmeno di fronte alla morte e al funerale della propria madre. Non è capace di accogliere con gioia il desiderio di amore espresso da una donna innamorata. Non si mostra interessato né gratificato davanti alla proposta del datore di lavoro di promuoverlo alla sede di Parigi. Concludendo il secondo capitolo, a proposito della morte della madre, Camus scrive:

«Ho pensato che bisognava cenare. Mi faceva un po’ male il collo a esser rimasto appoggiato tanto tempo sulla spalliera della sedia. Sono andato giù a prendere del pane e della pasta, mi sono fatto da mangiare e ho cenato in piedi. Ancora ho voluto fumare una sigaretta alla finestra; ma l’aria si era rinfrescata e ho sentito un po’ freddo. Ho chiuso i vetri e rientrando ho visto riflesso nello specchio un angolo della tavola con il fornello a spirito, accanto a dei pezzi di pane. Ho pensato che era sempre un’altra domenica passata, che adesso la mamma era seppellita, che avrei ripreso il lavoro; e tutto sommato non era cambiato nulla».

Nemmeno la morte della madre era ritenuta da Meursault un fatto saliente – «non era cambiato nulla».  Se la vita di un uomo non ha alcun valore, non ha nessun valore la morte, neanche quella della persona più cara. Camus sa descrivere tutto ciò con grande efficacia. Nel quarto capitolo, per esempio, mette a confronto Meursault con un certo Salamano che abita nell’appartamento adiacente.

«Di lontano, ho scorto davanti alla porta il vecchio Salamano che sembrava agitato. Quando siamo stati più vicini, ho visto che era senza il suo cane. Si guardava da tutti i lati, si girava su se stesso, cercava di vedere nel buio del corridoio, borbottava delle parole senza nesso e poi ricominciava a scrutare la strada coi suoi occhietti rossi. Quando Raimondo gli ha chiesto che cosa aveva, non ha risposto subito. Ho udito vagamente che mormorava: “maledetto, carogna” e continuava ad agitarsi. Gli ho chiesto dov’era il suo cane. Mi ha risposto, bruscamente, che se n’era andato. E poi di colpo si è messo a parlare con gran volubilità: “L’ho portato in Piazza d’Armi, come il solito. C’era parecchia gente, là intorno ai baracconi. lo mi sono fermato per guardare il re dell’evasione. E quando ho voluto continuare la strada, lui non c’era più. Si capisce, era da tanto tempo che volevo comprargli un collare meno largo, ma non avrei mai creduto che quella carogna se ne potesse andare così” .» Poi, prosegue il racconto di Meursault, Salamano «ha chiuso la porta e l’ho sentito che andava e veniva. Il suo letto ha scricchiolato. E dal piccolo rumore strano che mi è giunto attraverso la parete, ho capito che stava piangendo. Non so perché ho pensato alla mamma».

Salamano non si dà pace per la perdita del cane, mentre Meursault non riesce a manifestare alcuna emozione per la morte della madre. Eppure, sappiamo quale valore avesse nella vita personale di Albert Camus la presenza della mamma. Se dunque egli scrive tutto ciò è perché si rifiuta di credere che questa durezza possa essere l’ultima parola sulla vita, è perché desidera che sia possibile per l’uomo riaprire il proprio cuore e che a ogni uomo sia data la possibilità di amare questa vita “scossa dai singhiozzi”, così com’è. Ma come sarebbe possibile questo, se l’uomo è “indifferente” non tanto per una personale cattiveria ma perché così è l’uomo per natura? La mamma era stata emarginata dalla società certamente per la malvagità degli uomini, ma ancor di più per la sua sordità che non gli rendeva possibile partecipare ad alcun evento gioioso della vita, seppure fosse stata invitata; nemmeno a uno spettacolo cinematografico.

«Non veniva mai al cinema. Nemmeno lei sapeva leggere, e per di più era mezzo sorda. Il suo vocabolario, infine, era perfino più limitato di quello della nonna. Ancora oggi la sua vita era priva di divertimenti. In quarant’anni era andata al cinema due o tre volte, non aveva capito nulla e, per non contrariare le persone che l’avevano invitata, aveva detto soltanto che i vestiti erano belli o che quello con i baffi aveva un’aria cattiva».

Sembrava che alla mamma fosse negata la possibilità di una vita propria, di essere apprezzata, sembrava che fosse prigioniera di una società indifferente che pretendeva di censurare anche la sua stessa bellezza, perfino il desiderio di una nuova pettinatura. E a questo punto, di fronte alla mamma umiliata, Camus fa parlare il piccolo Jacques, un personaggio nel quale evidentemente si identifica fortemente: «“Mamma, mamma,” aveva detto Jacques, toccandola timidamente con una mano. “Sei bellissima così.” Ma lei non aveva udito e, con un gesto della mano, gli aveva chiesto di lasciarla sola. E il ragazzo era indietreggiato fin sulla soglia e, appoggiato allo stipite, si era messo a sua volta a piangere d’amore e d’impotenza».

Ma dove trovava tutta questa tenerezza Albert Camus? Proprio lui che sosteneva l’impossibilità per gli uomini di uscire dalla prigione della propria solitudine, l’impossibilità di esprimere un amore sincero per la donna che si desidera? La vita di questo scrittore sembrava essersi conclusa con questa drammatica domanda alla quale non aveva saputo rispondere, incapace di trovare una risposta, di trovare la via di fuga da una vita assurda. Eppure Albert Camus sembrava avesse qualcosa di misterioso, come chi ha scoperto qualcosa, come chi ha fatto un incontro che gli ha rivelato qualcosa.

Il 4 gennaio del 1960 Albert Camus viaggiava a bordo dell’auto di Michel Gallimard, nipote del suo editore, diretto a Parigi. Ma, inspiegabilmente, la potente Facel-Vega andò a schiantarsi contro un platano nei pressi di Villeblevin, un paesino della Borgogna. In quella giornata del 1960, Albert Camus non sarebbe dovuto essere su quell’auto. In tasca gli fu trovato il biglietto di un treno che all’ultimo momento non aveva preso per salire a bordo della macchina dell’amico. Della Facel-Vega si diceva che era un’auto con molti difetti, ma anche con il grande vantaggio di non prendere mai fuoco. Non prese fuoco nemmeno quella volta e tra le lamiere contorte dell’auto tutto fu ritrovato intatto, i corpi delle vittime e ogni cosa. Nemmeno sulle ferite dello scrittore, morto sul colpo, vi erano tracce di sangue.  Intatto fu ritrovato il manoscritto di un romanzo incompiuto che gli editori non vollero pubblicare ma che la figlia Catherine decise di decifrare ugualmente. Riuscirà a darlo alle stampe col titolo Il primo uomo soltanto nel 1994, dopo un braccio di ferro durato trentacinque anni per superare la censura del potere culturale francese del politically correct.

È dal Primo uomo che ho tratto il brano riportato precedentemente, sulla tenerezza del piccolo Jacques e sulle sue lacrime «d’amore e d’impotenza» per la mamma umiliata. Ed è sempre nel manoscritto ritrovato intatto ai piedi del platano, dove Albert Camus aveva il suo appuntamento con la morte, che fu ritrovata la risposta che cercavamo. Dove questo scrittore aveva ritrovato l’origine, dunque, la sorgente della tenerezza?

Da tempo la madre chiedeva a Jacques già uomo – alter ego di Camus – di recarsi sulla tomba del padre morto in un remoto campo di battaglia al tempo delle Grande Guerra. Non lo aveva mai fatto perché neanche in questo caso, come scrisse, «poteva inventarsi un amore che non sentiva. […] Era una cosa che non gli sembrava aver senso, prima di tutto per lui, che non aveva mai visto il padre».  Ma le circostanze lo avevano condotto fino a quel cimitero, in quella terra lontana.

«Nel cielo, più scialbo, passavano lente nuvolette bianche e grigie, e dal cielo scendeva una luce, prima fioca poi offuscata. Intorno, nel vasto campo dei morti, regnava il silenzio.  Solo un rumore sordo giungeva dalla città di là dagli alti muri. Ogni tanto una figura nera passava fra le tombe più lontane. Jacques Cormery, con gli occhi levati verso la lenta navigazione delle nubi nel cielo, tentava di cogliere, oltre il profumo dei fiori bagnati, l’odore di sale che veniva in quel momento dal mare distante e immobile, quando il tintinnio di un secchiello contro il marmo di una tomba lo scosse dal suo fantasticare. Fu in quell’istante che lesse sulla lapide la data di nascita del padre, scoprendo nello stesso tempo di averla sempre ignorata. Poi notò le due date – “1885-1914” – e fece un rapido calcolo: ventinove anni. Un pensiero lo colpì all’improvviso e lo scosse. Lui di anni ne aveva quaranta. L’uomo che giaceva sepolto sotto quella pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui.

«E l’ondata di tenerezza e di pietà che d’un tratto gli riempì il cuore non era quello slancio dell’anima che spinge il figlio verso il ricordo del padre scomparso, ma la compassione e il turbamento di un uomo fatto davanti a un ragazzo ingiustamente assassinato – era una cosa fuori dell’ordine naturale, e in effetti non poteva esserci ordine, ma solo follia e caos, dove il figlio era più vecchio del padre. Intorno a lui, immobile, fra queste tombe che aveva smesso di vedere, si spezzava persino la successione del tempo e gli anni avevano cessato di allinearsi in un grande fiume che scorre verso la foce. Non erano ormai che fragore, risacca e risucchio, ed era qui che si dibatteva Jacques Cormery, alle prese con l’angoscia e la pietà. Guardò le altre lapidi del settore e capì dalle date che quel terreno era costellato di ragazzi che erano stati i padri degli uomini brizzolati convinti di vivere in quel momento. Lui pure era convinto di vivere, si era fatto da solo, conosceva la propria forza, la propria energia, sapeva affrontare la vita e tener duro. Ma, nella strana vertigine che lo aveva colto in quel momento, quella statua che ogni uomo finisce per erigere e indurire al fuoco degli anni, insinuandosi in essa per attendervi lo sgretolamento finale, si stava screpolando in fretta, stava già per andare in pezzi. Non restava ormai che quel cuore angosciato, avido di vita, ribelle all’ordine mortale del mondo, che lo aveva accompagnato per quarant’anni e continuava a battere con la stessa forza contro il muro che lo separava dal segreto di ogni vita, con la volontà di andare più in là, di andare oltre, e di sapere, sapere prima di morire, sapere finalmente per essere, una sola volta, un solo secondo, ma per sempre. Rivedeva la propria vita, folle, coraggiosa, vile, ostinata e sempre tesa verso questo obiettivo di cui ignorava tutto, e in verità trascorsa senza che avesse mai cercato d’immaginare che cosa potesse essere stato l’uomo che gli aveva dato questa stessa vita prima di andare a morire su una terra sconosciuta di là del mare».

Albert Camus era stato spinto dal suo cuore angosciato ma pure “avido di vita” fino all’origine della vita, fino all’appuntamento col “primo uomo”. Tutta la sua vita aveva acquistato questo senso, aveva obbedito al desiderio «con la volontà di andare più in là, di andare oltre». Era stato questo suo andare verso l’origine della vita, verso il padre, a infrangere la sua durezza – e una “ondata di tenerezza e di pietà” lo investì.

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2 Comments

  1. Complimenti per aver evidenziato certi aspetti di Camus che talvolta sono nascosto da etichette che facilmente si affibbiano a determinati autori. Non so se non è onesto, ma sicuramente, anche per me che ho letto e riletto tante volte i libri di Camus, non è semplice scriverne, eppure lo faccio sperando, magari, d’incuriosire qualcuno, fosse anche una sola persona. Ciao. 🙂

  2. Grazie , per averci dato questo sguardo ampio su Camus…accogliere l’umana esistenza come parte della propria aiuta a riflettere ma anche a ritrovare quegli amici e quell’ideale, a volte perso nei meandri del quotidiano.

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