Padre Roberto Busa, il gesuita che fa navigare il nostro pc

Due anni fa moriva padre Roberto Busa, il gesuita che ha inventato la linguistica informatica. L’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, ne annunciava la morte con questo titolo: «Lettore fermati! È morto padre Busa. Se navighi in Internet, lo devi a lui. Se usi il pc per scrivere mail e documenti di testo, lo devi a lui. Se puoi leggere questo articolo, lo devi, lo dobbiamo a lui».

Mi sono imbattuto nel nome di questo gesuita ormai moltissimi anni fa – ahimè, come passano gli anni – perché avevo saputo che stava lavorando a una cosa stranissima. In quegli anni – avevo appena cominciato a lavorare in un ente pubblico – ero stato mandato a seguire un corso di formazione per la catalogazione dei documenti. Parliamo di anni in cui i personal computer non esistevano ancora, a parte qualcosa che non era molto di più di un giocattolo, tipo il Commodore 64. Questi oggetti rudimentali nessuno li prendeva in seria considerazione, un po’ perché effettivamente erano comunemente usati soltanto per giocare, un po’ perché sembravano cose destinate a non durare molto, tipo i mangia-dischi, i mangia-nastri, gli stereo-8.

Per far capire la questione posso dire che a quel corso di formazione si insegnava ancora che la maniera più idonea per ordinare delle informazioni o dei documenti era l’uso di cartoncini coi buchi, chiamati “schede perforate” – altro che database! – ma so bene che è come pretendere di spiegare adesso come si accendeva il fuoco in ere preistoriche. Non ricordo come, ma per convincermi delle “enormi potenzialità” che offrivano queste preistoriche schede perforate – ridete pure, voi nativi digitali – qualcuno mi parlò del progetto cui stava lavorando padre Busa. Questo gesuita si era ficcato in testa – lo dico in maniera banale – di contare quante volte e in quale punto ogni singola parola era riportata nella Somma Teologica di San Tommaso d’Aquino. La Summa è una cosa enorme e credo sia impossibile contare le ricorrenze anche soltanto di una sola parola in tutti quei volumi, figuriamoci cosa poteva significare contarle tutte. Ma padre Busa era un gesuita e i gesuiti sono come quelli che fanno gli sport estremi, quelli cioè che fanno certe attività per verificare se l’uomo sopravvive anche a certi sforzi sovrumani.

Può un uomo-gesuita sopravvivere a un’impresa ardua come questo progetto che fu chiamato Index Thomisticus? Eccome! Padre Roberto Busa è morto nel 2011, qualche settimana prima di compiere 98 anni di vita. Scriveva Stefano Lorenzetto, in quell’articolo dell’Osservatore Romano: «Quando nel 1955 morì Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, un quotidiano milanese del pomeriggio titolò: “Lettore fermati! È morto Fleming, forse anche tu gli devi la vita”. Un invito analogo potrebbe essere rivolto oggi a tutti coloro che in questo preciso istante sono davanti a un computer. Se esiste una santità tecnologica, credo d’aver avuto il privilegio d’incontrarla: essa aveva il volto di padre Busa. Perciò inginocchiati anche tu, lettore, davanti alle spoglie mortali di questo vecchio prete, linguista, filosofo e informatico. […] Era nato solo per far di conto, il computer, dall’inglese to compute, calcolare, computare. Ma padre Busa gli insufflò nelle narici il dono della parola. Accadde nel 1949. Il gesuita s’era messo in testa di analizzare l’opera omnia di san Tommaso: un milione e mezzo di righe, nove milioni di parole (contro le appena centomila della Divina Commedia). Aveva già compilato a mano diecimila schede solo per inventariare la preposizione “in”, che egli giudicava portante dal punto di vista filosofico. Cercava, senza trovarlo, un modo per mettere in connessione i singoli frammenti del pensiero dell’Aquinate e per confrontarli con altre fonti».

Le idee che venivano in mente a questo gesuita erano veramente pazzesche. Nel 1947 si trovava negli Stati Uniti quando chiese di parlare con Thomas Watson, il fondatore dell’Ibm, azienda che allora non aveva ancora scoperto l’informatica e che lavorava, anche questa, sulla base delle schede perforate, sia pure con macchine speciali – i sistemi “meccanografici” – che sembravano ai contemporanei come cose dell’altro mondo. A mister Watson padre Busa chiese il supporto dei sistemi meccanografici IBM per portare avanti il progetto dell’Index Thomisticus. La risposta del fondatore dell’IBM fu negativa e categorica: «Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo». Padre Busa, che forse era un po’ burlone, tirò fuori allora un cartellino, sottratto a qualcuno dell’azienda, con il motto della multinazionale coniato dallo stesso Watson, dove c’era scritto “Think, pensa”. In effetti, il boss cominciò a riflettere, finché a un certo punto, probabilmente, avrà pensato: “dove è arrivato un povero prete devono poter arrivare anche le mie macchine”.

Scrive Lorenzetto: «È da questa sfida fra due geni che nacque l’ipertesto, quell’insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un colpo di mouse. […] Il gesuita diede vita a un’impresa titanica durata quasi mezzo secolo, investendovi un milione e ottocentomila ore, grosso modo il lavoro di un uomo per mille anni a orario sindacale; oggi è disponibile su cd-rom e su carta: occupa cinquantasei volumi, per un totale di settantamila pagine. A partire dal primo tomo, uscito nel 1951, il religioso ha catalogato tutte le parole contenute nei centodiciotto libri di san Tommaso e di altri sessantuno autori».

Si sarà capito che Busa non era il tipo che si arrendeva facilmente. Era entrato in seminario nel 1928; lui stesso raccontava: «Ero in classe con Albino Luciani [futuro papa]. In camerata il mio era l’ultimo letto della fila, dopo quelli di Albino e di Dante Cassoli. Niente riscaldamento. Sveglia alle 5.30. Ai piedi del letto c’era il catino con la brocca. Dovevamo rompere l’acqua ghiacciata. In quei cinque minuti perdevo la vocazione. Dicevo fra me: no, Signore, l’acqua gelata no, voglio tornare dalla mamma che me la scalda sulla stufa. Mezz’ora per lavarci, vestirci e rifare il giaciglio. Albino se la sbrigava in 10 minuti e impiegava gli altri 20 a leggere le opere devozionali di Jean Croiset, gesuita francese del Seicento, e le commedie di Carlo Goldoni». Anni dopo, Busa diventerà un gesuita. Diceva: «Sognavo di partire per l’India. Invece il superiore provinciale mi chiese a bruciapelo: “Le piacerebbe fare il professore?”. No, risposi. E lui: “Ottimo. Lo farà lo stesso”.»

Lo mandarono alla Gregoriana, dove gli assegnarono un dottorato su un tema che lo porterà a sviluppare tutto quel gigantesco progetto di cui abbiamo detto. Si trattava, come ricordava padre Busa di «una tesi di dottorato in filosofia tomistica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. La ricerca era intesa ad esplorare il concetto di “presenza” secondo Tommaso d’Aquino».

Per lui non dovrebbe apparire strano che un prete si interessi di informatica. Diceva: «l’informatica infatti è disciplina interiore e spirituale». Del resto, chi pose le basi per il sistema numerico binario, senza del quale l’informatica non esisterebbe, fu un vescovo cattolico, Juan Caramuel y Lobkowitz. Lo dico con una punta di orgoglio, perché nonostante il presule fosse di origini spagnole esercitò il suo ministero in Lucania, la regione dove vivo.

Se non ci fosse stato padre Roberto Busa che voleva capire bene il concetto di “presenza” nella teologia di San Tommaso, chissà se avremmo avuto l’ipertesto. E sul nostro computer, forse, non avremmo trovato nulla su cui cliccare, né avremmo potuto aprire una sola pagina web, né voi sareste arrivati fino a questo blog, a leggere perfino questi miei strampalati post.

In fondo, la domanda che pose padre Busa al boss dell’IBM non era altro che questa: inserendo una parola in una macchina, si può sapere quante volte e in quale punto questa parola ricorre in tutto ciò che è stato scritto da uno o più autori? A pensarci bene, non è la stessa cosa che facciamo noi oggi quando apriamo un motore di ricerca?

Voglio concludere dicendo soltanto questo: l’ipertesto non è soltanto un espediente tecnico per muoversi nel grande mondo digitale. È anche un’idea. È l’idea che la vita non è altro che essere rimandati sempre a qualcosa di altro, a qualcosa di ancora più grande. E che, per questo, è una fortuna per noi vivere in questo mondo digitale.

P.S. Paolo Pegoraro, dell’Ufficio Promozione e Sviluppo della Comunicazione dell’Università Gregoriana, mi fa notare che il prossimo 28 novembre ricorre il centenario della nascita di padre Roberto Busa. Lo ringrazio della segnalazione; mi era sfuggito.

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2 Comments

  1. Ti ringrazio per questo post.
    Quanto ci hanno riempito di ignoranza. Quanto ci hanno fatto vergognare di essere cattolici, ergo oscurantisti contro la scienza. Quante menzogne.
    Grazie.

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