Silvio Spaventa Filippi, l’utilità della cultura per la povera gente

Nella storia dell’editoria italiana un posto di rilievo ha avuto, indubbiamente, Silvio Spaventa Filippi. Nato il 31 agosto 1871 ad Avigliano, un paese della provincia di Potenza, visse la sua infanzia senza l’affetto dei genitori. Aveva ormai vent’anni quando un uomo, riluttante, ne riconobbe la paternità. Ma era davvero suo padre? Della madre, invece, non ne seppe mai nulla; come si vede, per lui non valse nemmeno il conforto della massima latina “mater semper certa est”. Comunque, il ragazzo seguì qualcuno che segnò la sua vita: il suo parente – pare un prozio – monsignor Luigi Filippi, un uomo di grande cultura, ministro provinciale dell’Ordine dei Francescani e poi primo arcivescovo de L’Aquila.

Fu proprio nella città abruzzese che il giovane Silvio venne in contatto con ambienti culturali che seppero valorizzare le sue doti di brillante comunicatore. L’Abruzzo doveva essere nel suo destino; infatti, al momento del battesimo chissà perché gli era stato imposto il nome – anzi, il nome e il cognome – di Silvio Spaventa, notabile abruzzese, un cospiratore che diventerà poi senatore del Regno e che era stato anche precettore nella famiglia di Benedetto Croce. Ma gli ambienti culturali aquilani saranno, per il nipote dell’arcivescovo, anche il trampolino di lancio verso il mondo del giornalismo milanese e delle iniziative editoriali legate a questo.

Silvio Spaventa Filippi sarà ricordato sempre per essere stato l’anima del Corriere dei Piccoli. Questo giornale era stato fondato da Paola Lombroso Carrara, figlia del celebre Cesare Lombroso, e doveva esserne lei la direttrice. Ma sappiamo cosa volesse dire il nome di Lombroso nell’immaginario collettivo. Probabilmente, le inquietanti tesi di antropologia criminale formulate dal padre facevano ritenere improponibile l’affidamento a Paola Lombroso della direzione di un giornale destinato alla tenera età, per giunta con intenti pedagogici. Fu scelta per questo la figura rassicurante di Spaventa Filippi. La decisione si rivelò felicissima e il Corrierino non soltanto fu diretto dal giornalista di origini lucane fino a quando egli visse, ma finì per identificarsi con la sua stessa persona.

Attraverso il Corriere dei Piccoli, il principale obiettivo di Silvio Spaventa Filippi era quello di educare i ragazzi alla lettura. Ma il direttore, per questo scopo, non si accontentò di usare le pagine del suo giornale, sebbene si trattasse di un giornale che vendeva la bellezza di 900mila copie. Volle anche divulgare i classici della grande letteratura europea, impegnandosi personalmente nella traduzione dei testi. La sua idea era che la letteratura non soltanto eleva gli uomini spiritualmente, ma può fornire loro gli strumenti per risollevarli anche economicamente, che vi è una specie di equazione tra livello culturale e progresso, tra cultura e benessere.

Spinto da questa intuizione, il suo genio educativo fu quello di proporre ai ragazzi italiani il confronto con i più grandi autori dell’Ottocento europeo e particolarmente con Dickens. Le sue traduzioni furono una delle operazioni meglio riuscite nella storia dell’editoria italiana. Chi, da bambino, non è rimasto affascinato da Le avventure di Oliver Twist, dai racconti del Canto di Natale, da David Copperfield, da Tempi Difficili e dal resto della produzione dickensiana?

Quale valore attribuisse Silvio Spaventa Filippi a tutto questo, lo capiamo da una pagina che egli scrisse alla fine del libro Carlo Dickens, edito nel 1911. Qui egli sottolinea l’importanza della lettura non soltanto per la formazione umana e culturale dei giovani ma, appunto, per il generale progresso sociale ed economico. Nel brano seguente, Silvio Spaventa Filippi riporta a questo proposito alcune significative e toccanti testimonianze.

«L’8 giugno 1870, mentre desinava, Carlo Dickens a un tratto impallidì, si rovesciò su un fianco e cadde dalla sedia sul pavimento, mormorando inintelligibili parole. Furono le ultime, e poco di poi le labbra gli si chiusero per sempre, e il prodigioso suscitatore di innumerevoli vite ideali giacque immoto nel sonno della morte, e successe un gran schianto nel cuore della nazione anglo-sassone, e ogni anima bennata, in tutti i paesi ov’era giunto un raggio del suo chiarore, dolorosamente lo ripercosse. Era come il crollo improvviso d’un trono. Più triste, perché egli aveva dominato senza armi e senza leggi, con la sola forza della simpatia, e il regno da lui inaugurato finiva con lui. I potenti lo avevano avuto loro giudice equanime; inflessibile soltanto i vili; gli umili, consolatore; i reietti, rivendicatore generoso della loro dignità; tutti, largo dispensiero di serena gioia; e la gloria gli riversò sulla fronte tutti i suoi lauri immortali.

«Il compianto fu sentito più intensamente dai poveri, dei quali era stato ardente patrocinatore, dei quali aveva sofferto le sofferenze, scoperto la morale bellezza anche nelle loro più squallide tane. Con l’attrarre le simpatie dei suoi lettori su essi, o col mostrare il meglio della loro anima, aveva fatto sentire ciò che egli stesso sentiva. Tre piccoli aneddoti narrati da un figliuolo del Dickens danno un’idea del sentimento di tutte le classi per il gran romanziere all’ora della morte: “Un mio amico appena morto mio padre, si trovava in una bottega di tabaccaio, quando entrò un operaio che ordinò la sua provvista di tabacco e disse, gettando il denaro sul banco: ‘Abbiamo perduto il nostro migliore amico’.” Il figliuolo del Dickens prosegue: “Presi una carrozza nei giorni dei funerali di mio padre e quand’ebbi pagato la corsa al cocchiere, questi mi disse: ‘Oh, signor Dickens, vostro padre fece molto per tutta la povera gente: noi cocchieri sapevamo che avrebbe finalmente fatto qualche cosa anche a nostro vantaggio!’ Non ho avuto mai la più remota idea di che cosa il cocchiere pensasse che mio padre avrebbe fatto per la sua classe; ma il fatto dimostra la fede che si aveva in lui”. Un mese prima della sua morte, egli ricevette la seguente lettera da uno sconosciuto “Io cominciai la mia vita, come operaio, in una segheria, fui fatto sorvegliante, poi ispettore, poi fui assunto dal padrone in società. Il mio socio è morto, e io ora resto solo proprietario d’una grande azienda. Sono convinto che il buon successo della mia vita sia dovuto all’influenza esercitata su me dai vostri libri, e io non posso venire in possesso di questa grande fortuna, senza tentar di esprimervi in qualche modo ciò che sento”.»

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Revisione di http://www.f052.it, 7 aprile 2011

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