Siamo in Europa o in Africa? Significato culturale di una città.

Che la città di Matera si candidi a capitale europea della cultura per il 2019 non può non sorprendere almeno chi conosce la storia culturale di questa città.

«Ma non vuoi credere» scriveva Giovanni Pascoli nel lontano 1882, «che Matera sembra in Affrica e che io voglio un monumento anch’io, come Pellegrino Matteucci, dal Parmeggiani, nella mia qualità di viaggiatore affricano?» Pellegrino Matteucci, esploratore romagnolo, è stato il primo europeo ad attraversare tutto intero il continente africano. Doveva sentirsi proprio come Matteucci il professore Giovanni Pascoli, fresco di nomina a docente di latino e greco presso il Liceo Duni di Matera. Perché arrivare a Matera, per un giovane romagnolo, dopo un lunghissimo viaggio, «dopo molto trabalzar di vettura, per vie selvagge», doveva dare l’impressione, davvero, di aver attraversato per intero il continente africano.

Sebbene sia trascorso oltre un secolo dall’arrivo del poeta nella città dei Sassi, è difficile dire cosa sia successo di tanto rivoluzionario da riportare Matera al centro della cultura europea. Forse può aiutarci a comprendere qualcosa di questo processo storico, proprio la vicenda umana di Giovanni Pascoli.

La storia del poeta è significativa per più di un motivo, ma ha un valore altamente simbolico perché descrive le particolari condizioni nelle quali si sono ritrovati, nel corso della storia, gli scrittori europei. E Pascoli ci offre anche l’icona di questa particolare condizione, in quella bellissima poesia che tutti probabilmente abbiamo imparato da bambini; è l’immagine descritta ne L’Aquilone: «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole».

La cultura europea vive per questa consapevolezza: “Io vivo altrove”. È qualcosa che nasce – “qualcosa di nuovo” – dall’essere stati sradicati dalle proprie origini. Pensiamo alla cultura del dissenso sovietico, alla diaspora ebraica, ai perseguitati dal fascismo italiano e spagnolo che, in quest’ultimo caso, non raramente finirono proprio in questa terra meridionale. E via via, risalendo così il corso dei secoli, fino allo stesso Dante Alighieri espulso dalla sua Firenze che pure era allora la culla della cultura europea. Si vive “altrove” e, come ci ricorda il padre Dante, «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale».

Ma le vicende personali di Pascoli sono significative anche perché rivelano come queste difficili condizioni possano essere l’occasione di una rinascita, di un rifiorire culturale – “sono intorno nate le viole”. Le circostanze della vita di Giovanni Pascoli le abbiamo apprese tutti sui banchi della scuola. Dopo la morte del padre, vittima di un attentato, la famiglia di Giovanni va incontro alla rovina economica. All’età di sedici anni, inoltre, egli perde anche la madre e purtroppo altri lutti si aggiungeranno negli anni successivi; alla morte della sorella maggiore, di Luigino e dell’altro fratello maggiorenne, il nucleo familiare rimarrà decimato.

La responsabilità della famiglia ricadde così su Giovanni, che studiava all’università di Bologna, dove seguiva le lezioni di Giosuè Carducci. Possiamo immaginare quanto fosse precaria la situazione di uno studente che doveva affrontare la vita universitaria senza mezzi di sussistenza e con la consapevolezza di dovere inoltre assumersi il carico della famiglia, particolarmente delle sorelle Ida e Maria. Neanche dopo la laurea sembrò che la realtà dovesse cambiare, al punto che Pascoli cominciò a pensare di mettersi alla ricerca di un modesto lavoro come impiegato comunale. Ma anche questo fu inutile.

Lasciare la famiglia in condizioni di vita così difficili fu una vera sfida. Nonostante ciò, a Matera Pascoli non si trovò male, sebbene le sue ristrettezze economiche non trovarono nella cittadina lucana la sede ideale per essere risolte. Nei primi mesi non giunse nemmeno lo stipendio e fu possibile tirare a campare, possiamo immaginare quanto penosamente, soltanto grazie a piccole somme concesse personalmente da qualche collega e in specie dal preside. Addirittura dovette lasciare la casa, se può chiamarsi casa il misero alloggio dove abitava, e chiedere ospitalità presso il Palazzo Lanfranchi dove aveva sede anche la scuola. L’ospitalità gli fu concessa in cambio dell’impegno da parte del Pascoli a dare una sistemazione dignitosa alla biblioteca scolastica, un impegno non privo di una certa rilevanza in una città che di libri non ne aveva mai visti se non qualche volume liturgico in chiesa. Notava allora Pascoli che a Matera «non c’è un libro. È una morte».

A Matera, per giunta, il costo della vita era inspiegabilmente alto. Scrive il poeta: «non bastano le 137,53 per mangiare e alloggiare; né si guadagna altro». E lui aveva necessità di mandare dei soldi a casa per incrementare le magrissime entrate ma anche perché aveva promesso alle sorelle l’acquisto di un pianoforte – non si vive di solo pane. Sforzi anche questi vani. Quando finalmente fu nelle condizioni di mandare la somma promessa, la famiglia era in bolletta e l’acconto per l’acquisto del pianoforte, miseramente, servì per il pagamento dei debiti.

I due anni di permanenza in Lucania sembravano essere stati del tutto infruttuosi. L’idea di potere risollevare le sorti della propria famiglia, accettando l’incarico in una città così distante, sembrava essere stata dunque un’illusione. E invece la sorte mutò proprio al termine di quella esperienza lucana, quando Pascoli seguì il suo preside fino alla remota sede di Viggiano – due durissimi giorni di viaggio in treno, in carrozza, a dorso di mulo – per un incarico come commissario d’esami nel locale liceo. Qui il poeta ricevette un generoso compenso in sterline d’oro, una valuta tanto pregiata da essere del tutto sconosciuta ai cambiavalute di provincia.

Da allora, per Giovanni Pascoli, la ruota cominciò a girare per il verso giusto: otterrà un relativo avvicinamento a casa, con il trasferimento a Massa dove le sorelle potevano andare a vivere con lui. Sempre a questo periodo risale la sua consacrazione come poeta, cui seguì la pubblicazione delle più significative raccolte poetiche, Myricae, i Canti di Castelvecchio, i Primi poemetti, e poi quella de Il Fanciullino, in cui espone la sua concezione della poesia. Ottiene una cattedra universitaria a Messina, dove rimarrà cinque anni, prima di essere trasferito a Firenze; è una carriera che si concluderà con la docenza all’Università di Bologna, dove subentrerà al suo maestro Giosuè Carducci nella prestigiosa cattedra di letteratura italiana.

Ma Pascoli ha saputo descrivere tutto ciò in soli due versi, dove lapidariamente scrive: «Io sono il solo dei viventi, / lontano a tutti ed anche a me lontano». Ha pure saputo descrivere, con la sua personale esperienza, come questo sradicamento è capace di generare un moto, un andare verso un mondo nuovo, “in Affrica”, verso posti inesplorati, “per vie selvagge”. Come quelle percorse per giungere a Matera, «attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente, sinistramente belli»; per giungere in una terra nuova dove riappropriarsi di una rinnovata identità.

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