Tra la cenere di Nagasaki brillava la piccola croce della cara Midori

Il dottor Paolo Takashi Nagai, radiologo e preside della facoltà di Medicina dell’università di Nagasaki, la mattina del 9 agosto 1945 si trovava al suo posto di lavoro. Ha scritto un libro, “Le campane di Nagasaki”, nel quale di quel giorno ricorda: «è quasi perfettamente nitido il cielo, ma, lassù, proprio sopra la testa, c’è una strana nuvola, dalla forma curiosa come di una mela. Il rumore viene da lassù. Appena qualche istante dopo, un puntino d’argento esce dalla nuvola, un B29».

Alle ore 11 di quella mattina un bombardiere americano B29 sganciò una bomba sulla città; ma quella volta, stranamente, non ci fu subito l’esplosione. Tra l’altro, l’apparizione dell’aereo non aveva nemmeno allarmato la popolazione. Infatti, il B29 volava troppo ad alta quota per poter eseguire un regolare bombardamento. Gli abitanti di Nagasaki ormai queste cose avevano imparato a conoscerle bene. «Lanceranno volantini, stamattina» immaginò qualcuno.

Invece, quella mattina gli abitanti di Nagasaki conobbero una nuova, terrificante realtà: la bomba atomica. Dopo l’esplosione, tutto attorno non rimase che morte e cenere.

Secondo il comando militare americano la bomba atomica era una necessità. Perché non si trattava di piegare una resistenza armata ma l’idea, molto viva tra i giapponesi, che Dio era dalla loro parte e che, contro ogni evidenza, il “vento divino” avrebbe alla fine sbaragliato i nemici. Il rischio, dunque, era quello di una guerra senza fine. L’atomica avrebbe potuto scalfire questa certezza, andando a colpire così il fondamento dello shintoismo, la religione di stato del Giappone.

Nella realtà, per un misterioso disegno del destino, la bomba più che al cuore della religione giapponese colpì in pieno il quartiere cattolico di Nagasaki, il più importante e numeroso centro della Chiesa in estremo oriente. La comunità cattolica contava allora più di dodicimila fedeli. Perirono quasi tutti. L’epicentro dell’esplosione era stato proprio la loro cattedrale che, tra l’altro, in quel momento era affollata di fedeli in coda davanti al confessionale per prepararsi alla festa dell’Assunzione.

Tornato nel posto dove c’era stata la sua casa, il dottor Nagai notò resti di ossa carbonizzate tra le quali non ebbe difficoltà a identificare sua moglie Midori. Ma tra le ossa della mano, qualcosa brillava distintamente: la corona del santo rosario e una piccola croce. Sua moglie era morta così, mentre pregava con il rosario tra le mani.

La cattedrale di Nagasaki sorgeva in una bella posizione, sulla collina di Urakami. Era molto cara al dottor Nagai: proprio lì era avvenuta la sua conversione alla Chiesa cattolica.

Takashi Nagai era diventato cattolico incontrando la famiglia di colei che poi prenderà come moglie. Era la notte della vigilia di Natale e il papà di Midori l’aveva invitato ad andare alla messa con loro. «Ma io non sono cristiano!» aveva esclamato lui, sorpreso. «Nemmeno i pastori e i Magi erano cristiani quando andarono alla grotta» scherzò il papà di Midori.

Nella notte di quel Natale, anche Nagai salì sulla collina della cattedrale. Affascinato dallo straordinario spettacolo di popolo e dalla bellezza della liturgia cui assistette, aderì alla Chiesa. Al battesimo prese il nome di Paolo, per ricordare il martirio di san Paolo Miki che, alla stessa maniera di Nostro Signore, su un’altura di Nagasaki era stato crocifisso.

In quella giornata di agosto del 1945 la cattedrale e il quartiere cattolico erano stati ridotti a cumuli di rovine. L’obiettivo del bombardamento doveva essere la popolazione giapponese e le sue credenze religiose. Ma su quel calvario furono innalzate le croci dei fedeli della Chiesa di Nagasaki. Come, del resto, era capitato tante altre volte; come a san Paolo Miki e lungo secoli di persecuzione anticristiana.

Quello fu «il giorno in cui ho perduto la metà del mio cuore» scrisse Takashi Nagai. «Per mettere al sicuro i resti di mia moglie, non trovai altro che un secchio rosicchiato dal fuoco: fu così che li portai al cimitero, stringendoli sul mio cuore».

Nel crollo della cattedrale, la campana, cadendo dal campanile, era rimasta intatta. Qualche mese dopo – era la vigilia di Natale – si riuscì a sistemare alla meglio la campana e a rimetterla in funzione; i rintocchi che invitavano all’Angelus furono il primo segnale della vita che riprendeva dove non doveva esserci che il deserto atomico.

Il dottor Nagai, nel frattempo, si era costruito una capanna sul posto del disastro, ancora sommerso da quindici centimetri di cenere. «Voglio essere il primo a ritornare lì» aveva detto.

Dopo la bomba, Takashi Nagai, malato, sopravvisse ancora qualche anno. Ma per molto tempo ancora, chi arrivava alla stazione di Nagasaki poteva sentire risuonare dagli altoparlanti una canzone che narrava la sua storia. Una canzone che era diventata l’inno di Nagasaki risorta e che faceva così:

Io ho ripreso il cammino della vita / Senza la mia donna cara. / Le mie lacrime amare / Cadono sui grani del suo Rosario. / Io ascolto le campane di Nagasaki / Che mi consolano come un amico.

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1 Comment

  1. Caro Paolo,
    non conoscevo questo tuo blog,anche perchè io,pessimo internauta,ho poca familiarità con questo aggeggio che ho di fronte.
    La lettura dell’articolo mi ha commosso.Ti ringrazio di avermelo inviato.In questo giorno del lontano 1945,ricordo di aver chiesto a mio padre e altri del mio paese cosa fosse la bomba atomica,ne rimasi sconvolto.Non conoscevo la cattolicità della città,anche se l’iconografia che commemora questo triste evento è raffigurato da quella campana.Grazie per l’invio !
    Ti saluto caramente.
    Giovanni Cafarelli

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