Omosessualità e Grazia nella vita di don Marco Bisceglia

Foto Archivio Notarangelo. Per gentile concessione.

Dove fuggire dalla Tua presenza? (Salmo 139)

Don Marco Bisceglia non è stato un uomo che possiamo catalogare, tassativamente, di qua o di là; perciò temo che a lui non sarebbe piaciuto il libro recentemente pubblicato da Rocco Pezzano “Troppo amore ti ucciderà”, dedicato alle “tre vite” di questo sacerdote e dove, in fondo, si rischia di appiccicare addosso a questo prete lo stereotipo, un po’ vintage, della lotta di classe. Don Marco è stato un sacerdote cattolico che ha operato a Lavello, in provincia di Potenza, ed è vissuto da protagonista nei roventi anni Settanta; è morto il 22 luglio dell’anno 2001 affetto da AIDS, malattia contratta con ogni probabilità nei suoi rapporti omosessuali.

Ritengo che questo libro non gli sarebbe piaciuto, non certamente perché egli avrebbe preferito nascondere la sua omosessualità. Anzi, nessuno in Italia in tutti questi anni ne ha parlato più apertamente, più liberamente di lui. Non gli sarebbe piaciuto, semplicemente perché, come dicevo, don Marco Bisceglia non può essere catalogato facilmente. È stato uno dei maggiori esponenti del dissenso cattolico negli anni seguiti al Concilio Vaticano II, è stato un prete – come si dice nella Chiesa – “socialmente impegnato”, è stato un gesuita, un intellettuale, uno di quei preti “operai” che operavano in Francia, è stato attivo tra i lavoratori cattolici delle ACLI, è stato un politico. È stato anche tante altre cose, tra cui un omosessuale dichiarato. Ma non è stato semplicemente questo; nonostante sia stato proprio lui che in Italia ha trasformato il movimento omosessuale da una realtà minoritaria, elitaria e settaria, in un fenomeno di massa dalle proporzioni impressionanti. Poi sono arrivati altri ad assumere questo ruolo guida, ma chi ha buona memoria riconosce in lui il vero fondatore, il “creatore” della galassia gay italiana.

Tutte queste definizioni, però, al ribelle don Marco non sarebbero piaciute. La sua ribellione, infatti, consisteva essenzialmente in questo rifiuto di essere catalogato diversamente da quello che sentiva di essere: un sacerdote della Chiesa cattolica, il parroco della chiesa del Sacro Cuore di Lavello. Un sacerdote che certamente dava scandalo – pochi hanno avuto una vita scandalosa come la sua – ma un uomo che sentiva di appartenere soltanto a Cristo. Io sono consapevole – ripeto – di esprimere un’idea che suscita scandalo.

Posso dire con una certa sicurezza quello che ho detto, per un incontro che ebbi con lui tanti anni fa. Ignoravo la sua omosessualità che all’epoca del resto, anche se non nascosta, non era ancora di dominio pubblico. E Bisceglia era per me soltanto una delle più importanti espressioni, in Italia, del dissenso cattolico; lo consideravo, a torto o a ragione, un autorevole esponente dei “cristiani per il socialismo”, gruppo che all’epoca godeva di una certa visibilità. Per questo, io che sentivo di essere uno di quelli che, sempre in quegli anni tremendi, poteva essere definito un “integralista cattolico”, ritenevo di doverlo affrontare per contestarlo; nella mia giovanile esuberanza, insomma, volevo “cantargliene quattro”.

Pertanto, al termine di una conferenza che lui aveva tenuto in un’aula dell’Università di Bari, gli ero andato incontro per fargli notare quelle che ritenevo fossero delle inesattezze del suo pensiero o delle ingiuste interpretazioni riguardo alla vita della Chiesa. In realtà, non ci furono affatto quelle scintille che io immaginavo dovessero sprizzare. Mi accorsi infatti che don Marco era poco ostinato nel difendere le sue tesi e mi sembrava, al contrario, disposto a prendere davvero sul serio le mie osservazioni. In questo io intravidi la volontà, tipica dei sacerdoti, di mettere in secondo piano la propria persona. Certo, nessuno può negare che egli sia stato un contestatore, un agitatore, un autentico ribelle. Ma gli mancava forse quel minimo di faziosità che gli avrebbe potuto far dire di essere veramente tale.

Comunque, lo scontro tra me e lui non ci fu. Anzi, mi è rimasto questo vivo ricordo. Al termine della conferenza e della chiacchierata avuta con lui, io e alcuni miei amici lo scortammo fino alla sua automobile, un vecchio modello di Fiat Seicento o qualcosa del genere. Sarà stato in inverno, perché ricordo che in quel pomeriggio si era fatto buio molto presto. E quelli erano tempi in cui non era prudente andarsene da soli per alcune strade buie di Bari. Ripensandoci adesso, mi viene da sorridere; sono certo, infatti, che allora ciò che don Marco poteva ritenere una minaccia reale eravamo piuttosto noi, questo drappello di giovani ostili che si era offerto stranamente di accompagnarlo fino al parcheggio dell’automobile, magari intenzionati, con la complicità delle tenebre, a dargli una bella lezione. In quei tempi succedeva anche questo.

Dopo quell’incontro, don Marco Bisceglia rimase per me un mistero; destinato, per altro, a infittirsi. E, oggettivamente, è un bene che adesso Rocco Pezzano abbia portato nelle librerie questo libro che probabilmente, come dicevo, non sarebbe piaciuto al diretto interessato. È un bene non soltanto perché nessuno è tenuto a chiedere il permesso a qualcun altro prima di scrivere un libro che sia rispettoso dell’onore delle persone. Ma soprattutto perché aiuta a fare un po’ di luce sul fitto mistero nel quale è stato immerso questo sacerdote.

Don Marco faceva risalire la sua presa di coscienza omosessuale a un sogno rivelatore che avrebbe fatto all’età di quindici anni durante il quale – come disse successivamente – ritenne di aver visto con nuovi occhi la sua diversità, «il mio sesso bello e puro, gli amori e i piaceri una grazia». Al risveglio, racconta, «ho capito che il sogno era realtà e la realtà un incubo». Fu, questa, un’interpretazione del sogno probabilmente azzardata, ingannevole.

Io credo che non sia facile comprendere, fino in fondo, la reale condizione di un uomo come don Marco. Il quale era un sacerdote che, improvvisamente, doveva essersi trovato di fronte alla Chiesa, un po’ come mi ritrovai io di fronte a lui al termine dell’incontro all’Università. Don Marco Bisceglia, certamente spiazzato, si ritrovò di fronte ciò che non avrebbe mai potuto immaginare: una Chiesa che non si tirava indietro e che accettava di raccogliere il suo scandaloso guanto di sfida. Oggettivamente, nessuno avrebbe mai potuto pensare che potesse capitare una cosa del genere, che la Chiesa cioè potesse accettare di confrontarsi pubblicamente con la diversità rappresentata da questo suo prete.

Era la domenica delle Palme del 1973 e Lavello allora era in pieno fermento, un clima che Rocco Pezzano è riuscito a rendere nel suo libro con notevole efficacia. Scrive Pezzano che il nuovo vescovo, mons. Giuseppe Vairo, appena insediatosi nella diocesi, «si reca di persona al Sacro Cuore. È in visita a tutte le parrocchie di Lavello. Al suo arrivo, trova la chiesa che trabocca di persone. Un prete del suo seguito lo avverte: non si tratta certo di vecchine che recitano il rosario; sono operai, braccianti, attivisti delle ACLI e finanche comunisti. Il vescovo entra ugualmente, comincia a officiare la messa e, al momento dell’omelia, fa sentire la sua memorabile voce, dal timbro graffiato: “Sono dunque questi i parrocchiani? Mi trovo di fronte a dei veri cristiani? È questa un’assemblea di fedeli?, chiede. Don Marco fa appena in tempo a dire che sono fedeli in preghiera, quando la folla di cittadini scatta all’unisono, quasi si trattasse di difendere lui attaccando a loro volta: “Siete voi, monsignore, che ci fate perdere la fede – dice qualcuno – siamo venuti a messa, non per essere insultati e offesi da voi che non sapete né della nostra fede né dei nostri problemi, né delle nostre esigenze”.»

Alle parole seguirono i fatti. Don Mimì Mele, collaboratore del vescovo, fu incaricato da questi di notificare a don Marco Bisceglia un provvedimento disciplinare prontamente emesso nei suoi confronti. Per tutta risposta, in presenza dell’inviato del vescovo, don Marco strappò pubblicamente la lettera disperdendone platealmente i frammenti, mentre un gruppo di suoi sostenitori rivolgeva all’indirizzo di don Mele parole ingiuriose. Secondo alcuni testimoni, qualche tempo dopo, un confratello che difendeva l’operato del vescovo in questa circostanza, fu anche preso da don Marco letteralmente a calci. Seguì un lungo periodo di contestazione e l’occupazione della chiesa del Sacro Cuore da parte dei “ribelli”, con non poche conseguenze di carattere penale che spingeranno il sacerdote a cercare rifugio nientemeno che all’estero.

Oggi è difficile riuscire a descrivere adeguatamente quei fatti a chi non ne ha memoria e a rendere bene l’idea della portata degli eventi. Lavello era diventato un vero palcoscenico per la politica italiana, particolarmente per i radicali di Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia; di ciò che accadeva a Lavello si interessavano tutte le principali testate nazionali e le maggiori rubriche di informazione televisiva; se ne occupò addirittura il New York Times. Ovviamente, dalla parrocchia di don Marco passavano tutti i capi del dissenso cattolico di quegli anni e qui si stabilì una delle maggiori esponenti femminili di questo dissenso: suor Marisa Galli. Suor Marisa, in realtà, aveva già abbandonato l’ordine religioso della Minime Oblate cui apparteneva, aveva fatto una scelta omosessuale ed era ormai conosciuta come “la suora di Pannella”, la paladina dei diritti civili come il divorzio, l’aborto, la libertà sessuale e la liberalizzazione delle peggiori droghe – se si può dare per scontato che ci sia qualcosa di “civile” in un “diritto” del genere.

Ma col tempo tutto questo consenso attorno alla figura di don Marco Bisceglia cominciò a scemare. Non me la sento di condividere il parere di Rocco Pezzano che sembra attribuisca la cosa, romanticamente, a una repressione poliziesca. C’era altro, davvero tanto altro. Erano cominciati, infatti, gli anni del cosiddetto riflusso, era cominciato ad arrivare anche a Lavello un po’ di quel benessere di cui si avvertiva la mancanza e, di conseguenza, “gli sfruttati” cominciavano a sentire di essere meno sfruttati. Molti “contestatori” erano andati via dal paese o avevano trovato una collocazione in qualche formazione politica consolidata; altri, banalmente, non avevano più voglia di contestare. Insomma, chi prima chi dopo, uno alla volta si defilarono tutti. Don Marco non aveva più alcun sostegno per le sue battaglie o forse lui stesso non aveva più tutta quella voglia di fare battaglie. Suor Marisa stessa se n’era andata senza nemmeno dire a qualcuno dove andasse, svanendo nel nulla; don Marco capì allora che era giunto il momento di lasciare Lavello.

Privo di mezzi si sussistenza, il sacerdote trovò un lavoro a Roma, se quella attività si può definire propriamente un lavoro. Fu assunto dall’ARCI, associazione ricreativa di area comunista, come funzionario – passi il termine “funzionario”, perché la paga era davvero da fame. Nonostante ciò, don Marco si mise alacremente al lavoro per realizzare un ambizioso progetto: creare in Italia un grande movimento omosessuale e una grande organizzazione nella quale tutti gli omosessuali potessero riconoscersi, l’Arci-gay. In quegli anni era impegnato presso l’ARCI romana, come obiettore di coscienza, un giovane ancora sconosciuto, Nichi Vendola. Il quale, dovendo anche lui stare nelle spese, andò a dividere l’appartamento con don Marco; anche qui la parola “appartamento” è un eufemismo, perché si trattava in realtà di un’abitazione fatiscente dove ci si doveva accampare alla meglio.

Oltre all’appartamento, Vendola e don Marco condividevano un misero pasto e i loro ambiziosi progetti. Si scherzava, si litigava. Talvolta si era allegri, talvolta tristi. Un giorno, però, il prete mostrò di avere, stampata sul volto, un’inquietante espressione di angoscia. E cominciò a confidare a Vendola tutta la sua amarezza, come a voler dire di aver sbagliato tutto nella vita. Di aver sbagliato soprattutto a voler diventare sacerdote quando sarebbe stato meglio prendere coscienza della sua inclinazione omosessuale. Stranamente, ciò provocò in Nichi Vendola una sorta di ribellione perché, come ha confessato a Pezzano, l’amico era importante per lui proprio come sacerdote. Ricorda Vendola: «Rileggeva se stesso, cioè la sua fede e il suo sacerdozio, come frutto di una nevrosi, del tentativo di occultare la propria omosessualità».

Nichi Vendola questo non poteva accettarlo; non poteva accettare che il suo amico buttasse via tutta la sua vita, rinnegasse tutto il suo passato; che non salvasse proprio niente, nemmeno il suo sacerdozio. E che facesse tutto ciò soltanto per il peso di questa amarezza, per la dolorosa condizione nella quale si era venuto a trovare. «Gli dissi» riferisce Vendola con una lucidità impressionante, «non gettare in quel cono d’ombra anche Gesù».

Poco dopo, di don Marco Bisceglia non se ne seppe più nulla. Sembrò ripetersi la stessa storia della sua amica suor Marisa Galli. È sempre Nichi Vendola, l’ultimo testimone, a ricordare a Rocco Pezzano: «Lui è scomparso, a un certo punto. Quando ci siamo separati, ci siam visti altre volte, ci siamo incrociati. Ma lui a un certo punto è andato via. Proprio nel senso che ha chiesto a tutti coloro con cui aveva una particolare confidenza di non cercarlo più. Io ho saputo – soltanto perché è circolata la notizia – che don Marco in realtà si era ammalato di AIDS». Venuto a conoscenza della malattia, Vendola espresse il desiderio di incontrarlo, ma non gli fu concesso. Don Marco Bisceglia aveva ormai eretto un muro, uno sbarramento «tra quello che era stato e quello che intendeva essere» e non voleva essere altro che un uomo totalmente immerso nel Mistero, «che riflette e prega e pensa e prega e vive e prega». Anche queste ultime parole gli sono state dedicate da Nichi Vendola e sono riportate nel libro del giornalista Pezzano intitolato «Troppo amore ti ucciderà», edito da Edigrafema di Policoro. Un libro che forse ho giudicato con troppa durezza, dicendo che non mi ha persuaso del tutto e che non sarebbe piaciuto nemmeno a don Marco.

Altri giornalisti, nel frattempo, riuscirono a rimettersi sulle tracce di suor Marisa Galli. Il primo a parlarne fu Antonio Socci; disse che la donna si trovava in Romania, dove faceva la volontaria in un Centro di aiuto alla vita. Poi un altro giornalista, Andrea Galli del quotidiano Avvenire, riuscì ad avere un contatto con lei. La suora non volle incontrarlo, ma si apprese in questa circostanza che lei era tornata a essere pienamente una religiosa e che viveva nell’abbazia benedettina “Mater Ecclesiae” dell’Isola di san Giulio, nel Lago D’Orta. «So che non se ne stupirà» rispose al giornalista, «perché ha già ben capito il mistero della Grazia nel cuore dell’uomo».

Anche di don Marco Bisceglia trapelò qualcosa, a parte purtroppo la conferma della sua terribile malattia. Un giorno, infatti, aveva scritto una lettera alla sorella: «Cara Anita, quando riceverai questo biglietto, io sarò già reintegrato nel servizio presbiteriale. Sono pienamente cosciente della mia indegnità; come sono fermamente fiducioso nel perdono di Dio e nella sua azione purificatrice e rigeneratrice. Spero di potere, col suo aiuto, riparare ai miei errori e traviamenti passati. A te mi rivolgo con animo sinceramente pacificato e con il desiderio di una profonda riconciliazione e di reciproca comprensione, pur nella diversità delle scelte di vita».

Quali fossero questi errori? Su questo qualcuno potrebbe fare del facile moralismo che a me non interessa. Ma un vero errore fu l’interpretazione di quel sogno giovanile, con la quale don Marco ritenne di essersi liberato della dura realtà e che finalmente «il sogno era realtà e la realtà un incubo». Purtroppo non va mai a finire così. E arriva per tutti il momento in cui la realtà prende il sopravvento sul sogno, arriva per tutti il momento della presa di coscienza del fatto che i veri incubi aggrediscono gli uomini proprio nei loro sogni e che la vera pace può essere trovata soltanto nell’ineludibile, concreta realtà della vita, nella dolce quotidianità.

Mancando di testimonianze dirette, è difficile dire con precisione cosa abbia spinto don Marco Bisceglia, il prete ribelle e omosessuale, a tornare come la sua amica suor Marisa nel seno della Chiesa cattolica. Ma forse alcune cose potrebbero essere dette ugualmente: il fatto che in realtà don Marco ha sempre voluto essere un sacerdote cattolico fedele al mandato ricevuto: “Tu sei sacerdote in eterno”. Decisive saranno state, certamente, anche le parole di Nichi Vendola che nell’ora dell’angoscia gli aveva raccomandato di non gettare via Gesù.

Forse sarà stato anche per il fatto che la Chiesa, sebbene sia ferma nel non riconoscere le relazioni omosessuali, rappresenta per un omosessuale un luogo dove, al di là di tutto, non sarà mai guardato con scandalo. Perciò, dicevo che non c’è niente di più sbagliato della pretesa di catalogare le cose in maniera tassativa. È sbagliato soprattutto far credere che dall’eliminazione della Chiesa possa venire, alla fine, un vantaggio per gli omosessuali. È come pretendere che qualcuno si convinca che possa ricavare un qualche vantaggio se voi gli incendiaste la casa.

Ma veramente determinante per don Marco Bisceglia fu lo sguardo amoroso di un altro sacerdote, don Luigi Di Liegro, il grande animatore della Caritas romana. Il quale un giorno era venuto a trovarsi di fronte al suo caso. Don Luigi prese allora il telefono e chiamò alcuni suoi amici ai quali disse che desiderava si prendessero cura di quel suo confratello lucano. Gli amici chiesero che cosa dovevano fare di preciso per lui. «Vogliategli solo bene» rispose.

Nessuno di loro chiese mai nulla a don Marco Bisceglia del suo passato, né dei conti in sospeso col suo vescovo, né della sua omosessualità. Vittorio Fratini, un collaboratore laico nella chiesa di San Cleto a Roma dove fu accolto don Marco, ha riferito, sempre a Rocco Pezzano, che mai nessuno gli ha chiesto “che cavolo” avesse combinato. Anzi, riferisce soltanto questo: che si stava bene insieme, che don Marco viveva molto serenamente e che qualche volta diceva “voglio preparare un piatto pugliese”. È sempre Fratini a ricordare: «Si metteva in cucina, perché aveva anche questa passione. Poi si apparecchiava, si scherzava, gli dicevo: l’hai fatto bello tosto, ‘sto piatto».

Se qualcuno gli chiedeva se avesse paura di morire, don Marco lo guardava con l’espressione strana di chi vuol far fare capire che proprio a lui quella domanda non dovevano farla, che in realtà non c’è niente da temere dalla morte e che questa non sarà l’ultima parola sulla vita degli uomini; che, infatti, lui stesso era morto ed era tornato in vita. Ho detto che dopo essere stato accolto a San Cleto nessuno ha mai fatto domande a don Marco. In realtà, una volta il suo confratello padre Paolo gli chiese se avesse voluto tornare a celebrare l’eucaristia. Lui rispose di sì, accettando volentieri di riconciliarsi pienamente anche con la Chiesa; perché nessuno può accostarsi all’eucarestia senza essere pienamente riconciliato. Non è neanche del tutto vero che non ebbe mai più rapporti con le organizzazioni omosessuali. Ci fu un episodio, anche questo rievocato da padre Paolo: «Lui diceva: ho una ricca biblioteca omosessuale. Non mi interessa più. La devo distruggere? Io ho detto: guarda, i libri non si distruggono mai, visto che hai anche opere importanti, portali magari al Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli».

È difficile immaginare che la Chiesa si possa preoccupare di salvare dalla distruzione un’importante biblioteca omosessuale. Ma è successo davvero. Come era imprevedibile che il vescovo di una diocesi potesse accorrere dalla lontana Lucania per riabbracciare il suo ribelle don Marco. Fu al santuario di Loreto, nelle Marche. È lì che avvenne la riconciliazione dell’ex-parroco della chiesa del Sacro Cuore di Lavello con la sua diocesi, con il suo vescovo e con chi era vicario generale al tempo della rimozione. Il vescovo della diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa era mons. Vincenzo Cozzi; mons. Giuseppe Vairo, all’epoca vescovo della diocesi e che subì l’oltraggio in quella triste domenica delle Palme del ’73 dai fedeli “ribelli”, era intanto passato alla diocesi di Potenza ed era capo dei vescovi lucani.

Durante la funzione liturgica di riconciliazione, tenuta a Loreto, don Marco volle recitare una preghiera che aveva composto lui stesso, un inno alla tenerezza misericordiosa di Dio. Scrivendo quei versi, forse aveva pensato anche a quello che aveva confidato in quella triste giornata a Nichi Vendola, quando disse di temere di aver sbagliato tutto e di aver ridotto la sua vita a un cumulo di macerie. «Con quelle stesse macerie» affermò, rivolto al Signore, «hai così ricostruito il tuo Santuario».

Il 22 luglio del 2001 fu la giornata in cui terminò il G8 di Genova, una pagina nerissima nella storia italiana recente, con il suo raccapricciante carico di violenza e di morte. Fu la giornata in cui terminò anche la vita di don Marco Bisceglia e, considerando quella che era stata la sua esistenza, la morte non poteva bussare alla sua porta in un giorno diverso. Il vescovo Vairo morì tre giorni dopo. Così, al di là di ogni immaginazione, due uomini di Chiesa un tempo avversari lasciavano contemporaneamente la scena terrena; con il loro sguardo sereno, si diressero insieme verso il destino finale. Mentre Genova ardeva ancora, mentre l’Italia intera bruciava. E la dea della Pace, inascoltata, urlava il suo strazio, tra le macerie del suo santuario.

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