Jung Chang e la Cina. Lo sguardo di una donna sull’inferno di Mao

Jung Chang è stata la prima cittadina cinese a ottenere un dottorato in un ateneo inglese, dagli anni dell’ascesa al potere del Grande Timoniere Mao Zedong. Venendo a contatto con la civiltà occidentale, si accorse di quanto distorta fosse l’idea che l’Occidente si era fatta della realtà del maoismo, della Cina di quell’epoca e del comunismo in genere. Ricorda quanto la addolorassero «i tanti commenti ammirati degli occidentali che avevano visitato la Cina di Mao, sul fatto che i cinesi erano persone straordinarie, che amavano essere criticate, denunciate, “riformate” nei campi di lavoro». Fu allora, come dice, che sentì l’impulso di scrivere qualcosa che potesse spiegare cosa fosse realmente la Cina di Mao. Un impulso che però non assecondò immediatamente e che forse non avrebbe assecondato mai se un giorno non avesse notato sul volto di sua madre un’espressione strana. Come un bisogno insopprimibile di dire tutta la verità, come se volesse mostrare a tutti l’abisso del suo dolore.

Nacque così l’idea, o la necessità, di comporre uno dei libri più straordinari che la letteratura contemporanea abbia creato: Wild Swans, tradotto in italiano col titolo “Cigni selvatici, tre figlie della Cina”. Un libro che narra la storia di una famiglia lungo il corso di tre generazioni, vissuta all’interno del potere cinese. Ma soprattutto un libro che descrive un Paese visto attraverso la vita di tre donne, attraverso il cuore di tre donne. Della nonna e della mamma dell’autrice, quindi dell’autrice stessa. Descrivere cosa sia stata la Cina dell’epoca di Mao Zedong è però impossibile. Si potrebbe soltanto dire che è stato un orrore indescrivibile. Orribile è ogni forma di totalitarismo, ma particolarmente il comunismo, il più orribile di tutti, perché ha dato alla violenza una giustificazione ideologica assoluta. Come una licenza di uccidere; indiscriminatamente, illimitatamente. E il potere di reprimere la vita per il semplice fatto di essere espressione della vita. Qualsiasi espressione, anche l’innocente desiderio di comporre, come Jung Chang, dei versi d’amore.

Scriveva Aleksandr Solženicyn in Acipelago Gulag: «L’ideologia! È questa che offre la giustificazione del male che cerchiamo e la duratura fermezza occorrente al malvagio». L’ideologia è un fattore capace di moltiplicare la crudeltà umana in modo esponenziale. E lo stesso Solženicyn osserva che perfino la proverbiale malvagità presente nei personaggi shakespeariani aveva una portata limitata che non andava oltre alcune decine di delitti: mancava, in questo caso, il fattore devastante dell’ideologia. Niente di più diabolico ha conosciuto la storia umana del comunismo maoista.

Un giorno del 1966, il Quotidiano del Popolo pubblicò una breve citazione di Mao che diceva: «La ribellione è giustificata». Ciò voleva significare che ogni violenza, se fosse servita a rafforzare il potere del Grande Timoniere, sarebbe stata ritenuta legittima. In questo romanzo storico Cigni Selvatici, Jung Chang rivela che gli agenti più scrupolosi di questa sanguinaria strategia furono «proprio ragazzi e ragazze adolescenti, cresciuti nel culto fanatico della personalità di Mao e della dottrina militante della “lotta di classe”. Avevano i pregi della giovinezza: erano ribelli, impavidi, pronti a combattere per una “causa giusta”, assetati di avventura e di azione». In parole povere, erano giovani assetati di sangue. Il regime, particolarmente la moglie di Mao, fornì loro anche l’indicazione degli obiettivi da colpire senza pietà: «ribellione contro l’autorità», «rivoluzione nell’istruzione».

Considerato l’orizzonte ristretto dei giovani carnefici delle Guardie Rosse, è facile immaginare dove sarebbero andati a trovare le loro sfortunate vittime. Scrive Jung Chang: «in ogni scuola i bersagli più vistosi erano gli insegnanti, alcuni dei quali negli ultimi mesi erano già stati oggetto di persecuzioni da parte delle squadre di lavoro e delle autorità scolastiche. Adesso era la volta dei ragazzi ribelli: gli insegnanti erano bersagli più adatti dei genitori, che potevano esser attaccati soltanto singolarmente e in modo isolato, e per la cultura cinese erano anche figure di maggiore prestigio. In quasi tutte le scuole della Cina gli insegnanti furono insultati e picchiati, a volte anche in maniera fatale. Alcuni ragazzi costruirono vere e proprie prigioni in cui torturare gli insegnanti».

Demolita l’autorevolezza degli educatori, nulla poté porre un freno all’ordine del regime di «distruggere i quattro vecchi», espressione con la quale si incitava all’odio verso «le vecchie idee, la vecchia cultura, le vecchie tradizioni e le vecchie abitudini». Questa direttiva infame diede libero sfogo al fanatismo giovanile. I musei vennero saccheggiati. Distrutti palazzi, templi, tombe antiche, statue, pagode, mura cittadine. Nulla poteva fermare la furia distruttrice delle Guardie Rosse che a Pechino avrebbero attaccato perfino la Città Proibita se non fosse intervenuto l’esercito.

Avvenne anche qualcosa che non era mai avvenuta nella storia: alla stessa polizia fu ordinato di consegnare ai ribelli le vittime della repressione, di dare in pasto a questi fanatici i cosiddetti “nemici di classe”. E in tale generica categoria, ovviamente, poteva rientrare chiunque, non necessariamente un delinquente e nemmeno un avversario politico. Era sufficiente apparire agli occhi delle Guardie Rosse semplicemente un possibile oggetto del loro sadismo. Quali furono i frutti di questo potere perverso? In termini di vite umane, il ripugnante primato di ottanta milioni di morti. Altrettanto agghiacciante fu il bilancio per la civiltà cinese: una tradizione millenaria fu letteralmente distrutta, collassò l’intero sistema produttivo e fu compromesso quello educativo – per anni nell’intera Cina fu impossibile mandare i propri figli a scuola.

Ma, come si diceva all’inizio, ciò non rende nemmeno lontanamente l’idea di tutto l’orrore dell’epoca maoista. Per la semplice ragione che tutto ciò, per il livello di crudeltà raggiunto, rappresenta qualcosa di assolutamente inimmaginabile, qualcosa a cui nessuno potrebbe mai credere. Come spesso capita quando ci si trova a essere schiavi di un regime totalitario, le vittime non sono in grado di esprimere la cruda realtà dell’orrore patito.

Dobbiamo pertanto ringraziare Jung Chang per aver saputo tratteggiare una rappresentazione di questa realtà. Certamente, ha potuto farlo grazie alla sua dolcezza femminile che l’ha messa in grado di accostarsi a questa raccapricciante pagina di storia con la pietà necessaria a sostenere la vista di questo accecante inferno.  La scrittrice racconta: «La signora Shau schiaffeggiò mio padre con forza, mentre gli altri gridavano indignati, tranne qualcuno che si trattenne a stento dal ridacchiare. Poi presero i libri dagli scaffali, gettandoli negli enormi sacchi di iuta che avevano portato con loro. Quando i sacchi furono pieni, li portarono dabbasso, e dissero a mio padre che li avrebbero bruciati il giorno dopo nel parco del dipartimento, dopo una sessione di denuncia contro di lui. Gli dissero inoltre che avrebbe dovuto assistere alla distruzione dei libri per “imparare la lezione”. Nel frattempo, aggiunsero, doveva pensarci lui a bruciare il resto della sua collezione. «Quel pomeriggio, quando tornai a casa, trovai mio padre in cucina: aveva acceso un fuoco nel grande lavello di cemento, e stava gettando tutti i suoi libri nelle fiamme. Quella fu la prima volta che lo vidi piangere: era un pianto lacerante, incerto, selvaggio, il pianto di un uomo che non era abituato a spargere lacrime. Di tanto in tanto, nel bel mezzo di un accesso di singhiozzi, pestava i piedi sul pavimento e batteva la testa contro il muro. Rimasi così atterrita che sulle prime non osai fare nulla per consolarlo. Alla fine lo abbracciai da dietro e lo tenni stretto, ma non sapevo cosa dire. Anche lui non disse una parola. Aveva speso tutti i risparmi in quei libri, che erano la sua vita stessa. Dopo il falò, ebbi la netta sensazione che nella sua mente fosse cambiato qualcosa».

Questo di Jung Chang non fu soltanto un presentimento. Suo padre trascorse la fine dei suoi giorni in un ospedale psichiatrico, se può definirsi tale un posto dove si proclamava «che il Libretto Rosso di Mao, e non il trattamento medico, era la cura migliore per i malati di mente». Ricorda Jung Chang: «Ogni giorno facevo lunghe passeggiate con lui nel giardino dell’ospedale, che era affollato di altri pazienti del reparto psichiatrico, tutti con pigiami a strisce grigie e tutti con gli occhi spenti: vederli era sempre fonte di paura e di immensa tristezza per me. Il giardino, però, era pieno di colori vivaci, con le farfalle bianche che volteggiavano tra i soffioni gialli del prato. Nelle aiuole circostanti c’erano un pioppo cinese, bambù che oscillavano eleganti al vento e alcuni fiori di melograno color granato, nascosti da un folto cespuglio di oleandri. Mentre passeggiavamo, io componevo poesie».

Nel 1978, come si è detto, Jung Chang giunse in Inghilterra. Allora, in Cina, Mao Zedong non c’era più; ma c’era e purtroppo c’è ancora l’incubo della sua opprimente ombra. Come del resto ogni donna, Jung Chang probabilmente non ha mai pensato fosse suo compito fare qualcosa che potesse capovolgere il destino del suo popolo, che potesse cambiare il regime da cui era oppresso l’amato Paese di cui è figlia. In una lettera alla mamma, in quegli anni, si limitava a descrivere con la sua sensibilità femminile la bellezza di alcuni davanzali e dei giardini fioriti che poteva osservare liberamente. Scrive: «A quell’epoca i fiori non erano ancora tornati ad abbellire la maggior parte delle case cinesi. Nel 1964 Mao aveva stigmatizzato la coltivazione dei fiori come un’attività “feudale” e “borghese”, ordinando: “Eliminate il più possibile i giardinieri”. Da bambina, avevo dovuto unirmi ai compagni nell’estirpare l’erba dai prati della nostra scuola, e avevo visto i vasi di fiori scomparire dagli edifici. Mi sentivo terribilmente triste, eppure non solo mi sforzavo di nascondere i miei sentimenti, ma mi rimproveravo di avere istinti contrari alle istruzioni di Mao, attività mentale alla quale ero stata condizionata con il lavaggio del cervello, così come gli altri bambini cinesi. Anche se al tempo in cui ero partita si poteva esprimere l’amore per i fiori senza essere condannati, la Cina era ancora un Paese squallido, dove in pratica non si vedevano piante nelle case e non esistevano venditori di fiori».

Jung Chang, all’epoca niente altro che una ragazza incantata dalla bellezza della vita, non avvertiva niente che la spingesse verso un’opposizione politica al regime cinese. Non poteva essere altrimenti, dal momento che in questo regime politico tutta la sua famiglia era stata ben inserita, una famiglia di funzionari che credeva sinceramente nell’ideologia e nel sistema comunista. In Jung Chang non vi era altro che il desiderio di vivere con pienezza la propria giovinezza. Racconta: «In terza elementare, quando avevo nove anni, i miei compagni di classe e io decidemmo di decorare la nostra aula con alcune piante: una delle bambine disse che poteva procurarsene alcune insolite nel giardino della chiesa cattolica in via del Ponte Sicuro, dove suo padre faceva il giardiniere. Un tempo c’era stato un orfanotrofio annesso alla chiesa, ma era stato chiuso. La chiesa funzionava ancora, sotto il controllo del governo, che aveva costretto i cattolici a rompere con il Vaticano e ad aderire a un’organizzazione “patriottica”. L’idea di una chiesa era nello stesso tempo misteriosa e terrificante, a causa della propaganda antireligiosa: la prima volta che sentii parlare di stupro fu quando lessi un romanzo in cui a compierlo era un sacerdote straniero, e i preti passavano sempre per spie imperialiste e malvagi che rapivano i bambini dagli orfanotrofi per sottoporli a esperimenti medici. […]

«L’amica mi prese per mano e mi guidò lungo il portico che circondava il cortile. Quando arrivammo sul lato opposto, aprì una porta e mi disse che lì il sacerdote pronunciava i suoi sermoni. Sermoni! Avevo incontrato quella parola in un libro in cui il prete usava un “sermone” per comunicare segreti di Stato a un’altra spia imperialista. Sempre più tesa, varcai la soglia, ritrovandomi in una sala grande e buia che sembrava un atrio: per un attimo non riuscii a vedere niente, poi scorsi una statua in fondo all’atrio. Quello fu il mio primo incontro con un crocifisso».

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