Lo scrittore che sfidò Dio. Giovannino Guareschi

Checché ne dica la casta dei saggi, uno dei personaggi più popolari della letteratura italiana contemporanea è, per me, il don Camillo di Guareschi. E poiché ho iniziato a scrivere questa cosa prendendo di mira gli intellettuali, voglio andarci fino in fondo. Perché intendo dire che Giovannino Guareschi, precisamente lui, è uno dei più grandi scrittori in assoluto ed è proprio in qualcuna delle pagine scritte da lui che la letteratura italiana contemporanea raggiunge una delle sue migliori espressioni. Se non siete d’accordo con me e siete invece dalla parte degli intellettuali italiani, non saprei che farci.

È azzardato paragonare Guareschi ai grandi della letteratura? Io credo di no. Quando penso, per esempio, alla figura di don Camillo mi viene in mente Giacomo Leopardi. E questa cosa spero di riuscire a spiegarla bene. Intanto, voglio partire da quell’immagine, che mi ha sempre commosso fin da quando ero un bambino, del “pastore errante” leopardiano.

Io, da bambino, Leopardi me lo immaginavo che veniva a mettersi a fianco a me, mentre ero seduto – per dire – su un gradino. Me lo immaginavo come se mi dicesse sottovoce “guarda la luna”, come sembra voglia fare lui nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. E io allora osservavo la luna, quando c’era una bella luna piena. E certe volte mi veniva quella commozione che viene ai bambini quando guardano le cose belle, senza mettersi a ridere come fanno quei vecchi che hanno un cuore tanto corrotto da far venire la voglia di prendere a calci il mondo intero. «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna?» diceva Leopardi. E sapevo che lo suggeriva proprio a me che lo ascoltavo, seduto su un gradino; che quella poesia lì Leopardi l’aveva scritta proprio per me. Perciò a quel bambino che ero io gli venivano fuori le lacrime dagli occhi, mentre ingenuamente pensava: “ma perché una cosa così bella come la luna se ne deve stare silenziosa nel cielo?” Forse voi, adesso, vi sarete messi già a ridere. Ma io no. Perché Guareschi mi ha insegnato che non devo ridere mai di quel ragazzo che sono stato io, che io ho perso insensatamente di vista ma che certamente c’è ancora, da qualche parte.

Leopardi, a proposito della luna, tira fuori questa immagine del pastore. Per dire che quel pastore «Corre via, corre, anela, / Varca torrenti e stagni, / Cade, risorge, e più e più s’affretta, / Senza posa o ristoro». Tutto questo soltanto per star dietro alle sue pecore, soltanto per condurre le sue pecore al pascolo «infin ch’arriva / Colà dove la via / E dove il tanto affaticar fu volto: / Abisso orrido, immenso, / Ov’ei precipitando, il tutto obblia».

Tutto in Leopardi è condotto verso questo estremo limite, davanti al quale il cuore dell’uomo dolorosamente si infrange e quel pastore che l’uomo è non trova altro posto dove rifugiarsi, dove ricoverare le proprie pecore, non lo trova in altro posto che in questo spavento che scuote l’universo, in questo «Abisso orrido, immenso, / Ov’ei precipitando, il tutto obblia». È in questo universo ed è in mezzo a questo gregge che io vedo emergere la figura dell´infaticabile pastore don Camillo. È proprio qui che, secondo me, possiamo ritrovare il Don Camillo e il suo gregge di Giovannino Guareschi.

Ma adesso voglio dire di più. Perché, diversamente dal pastore di Giacomo Leopardi, il pastore che è don Camillo non si fa turbare dalla situazione, per quanto sconvolgente la situazione possa essere. Se ne sta tranquillo come uno che sa di essere forte perché custodisce un segreto. E perché sa di essere uscito dalla penna di Guareschi che è uno di quelli che è capace anche di imbracciare il fucile quando ce n’è bisogno. Non per far fuoco sugli uomini. No, Guareschi punta dritto il suo fucile su quel Mistero che sembra spaventare gli uomini col suo “abisso orrido, immenso” di cui parla, con sofferenza, Leopardi. Lo fa non per eliminare il Mistero – e come avrete notato scrivo l’iniziale con la maiuscola – ma per stanarlo, per costringerlo a venir fuori. Perché vuol capire che faccia ha, che intenzioni ha.

Anche Leopardi era mosso dal trepidante desiderio di comprendere ciò. Nel Canto notturno, come si diceva, si rivolge alla luna: «E tu certo comprendi / Il perché delle cose, e vedi il frutto / Del mattin, della sera, / Del tacito, infinito andar del tempo». In fondo, il poeta di Recanati riconosce che questo senso delle cose sia presente, che possa essere trovato un “perché delle cose”. Ma nello stesso tempo, egli riconosce che questo “perché” non può essere una risposta consolatoria. «Nasce l’uomo a fatica, / Ed è rischio di morte il nascimento. / Prova pena e tormento / Per prima cosa; e in sul principio stesso / La madre e il genitore / Il prende a consolar dell’esser nato».

Ancor meno Giovannino Guareschi mostra di accontentarsi di una risposta che in realtà non è che una debole consolazione. È a questo punto che imbraccia il fucile e lancia la sua fida. Lo fa nella Prima storia posta all’inizio del Don Camillo dove prende in considerazione una circostanza oggettivamente “inconsolabile”: la storia del dolore innocente come è quello di un bambino gravemente malato e di quel “rischio di morte” che anche Leopardi vede proiettarsi sinistro sopra una vita appena nata. Scrive Guareschi:

Al Boscaccio non moriva mai nessuno e quando la gente seppe che Chico stava male, tutti provarono un grande sgomento. […] Mio padre mandò a prendere col calessino tre o quattro dottori famosi. E tutti toccarono Chico e gli appoggiarono l’orecchio alla schiena, poi guardarono mio padre senza dir niente. […] Il quarto giorno i tre ultimi dottori, che erano arrivati insieme, allargarono le braccia e dissero a mio padre: «Non c’è che il buon Dio che possa salvare il vostro bambino». […]

I tre dottori erano seduti pallidi attorno al letto di Chico: «Peggiora» disse il più anziano. «Non arriverà a domattina». Mio padre non disse nulla, ma sentii che la sua mano stringeva forte la mia. Uscimmo: mio padre prese la doppietta, la caricò a palla, se la mise a tracolla, prese un grosso pacco, me lo consegnò. «Andiamo» disse. […]

Il prete guardava mio padre con gli occhi sbarrati. «Reverendo» continuò mio padre «tu soltanto puoi parlare al buon Dio e fagli capire come stanno le cose. Fagli capire che se Chico non guarisce io gli butto all’aria tutto. In quel pacco ci sono cinque chili di dinamite da mina. Non resterà più in piedi un mattone di tutta la chiesa. Andiamo!» Il prete non disse parola: si avviò seguito da mio padre, entrò in chiesa, si inginocchiò davanti all’altare, giunse le mani. Mio padre stava in mezzo alla chiesa, col fucile sottobraccio, a gambe larghe, piantato come un macigno. Sull’altare ardeva una sola candela e tutto il resto era buio.

In questa Prima storia del Don Camillo vediamo che il prete non dice parola, non perché volesse rimanere muto, ma è come volesse nascondere un segreto. Poi vennero a dire che il piccolo Chico era fuori pericolo. E si capisce perché il prete “non disse parola”, perché evidentemente sapeva bene come queste storie vanno a finire. Il bambino era miracolosamente guarito e Guareschi scrive: «Mio padre non si vantò mai di questa faccenda, ma al Boscaccio c’è ancora oggi qualche scomunicato il quale dice che, quella volta, Dio ebbe paura».

Ma sarà vero questo? Sarà poi vero che anche Dio ha paura degli uomini armati? Questo nessuno saprà dirlo mai. Possiamo dire, però, che la doppietta di Guareschi non è cosa davanti alla quale uno possa rimanere indifferente o che un Dio possa pensare di andare a nascondersi dietro al paravento della propria divinità. Anche Dio avrà capito che il momento della sfida è quello in cui bisogna tirar fuori il proprio coraggio da uomo. E non il facile coraggio che si può avere per il fatto di essere Dio. È il momento in cui si vede se uno qualsiasi, Dio compreso, è un vero uomo oppure no. Mi sembra che Dio questa cosa la capisca bene. Sarà stato per questo che, alla fine, ha voluto farsi uomo.

Don Camillo è un prete strano, certamente. Uno di quelli che fa ferro e fuoco, ma poi non dice una parola quando si trova davanti un uomo che rivolge al Mistero la bestemmia più ardita, la sfida più audace; come se quell’uomo dicesse a questa misteriosa presenza: “vieni fuori, se sei un uomo”. E quel Mistero era Dio, ma Dio non era uomo; era soltanto Dio. Forse fu davanti a una scena come questa che Dio decise di diventare uomo. Fu a causa dell’amore folle di un padre col cuore a pezzi davanti alla malattia mortale del figlio. Fu perché Dio si trovò davanti il fucile di quest’uomo puntato contro. E forse, quella volta, non riuscì a rimanere indifferente di fronte a questa sfida. «Quella volta, Dio ebbe paura». Paura o commozione, non saprei.

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