Con Jannacci sottobraccio

A una canzone di Jannacci è legato un passaggio importante della mia vita, uno di quelli che ognuno di noi prima o poi compie. Quello, cioè, delle prime uscite con gli amici. Quando, insomma, non si va più a passeggio con la mamma e si esce, invece, con gli amici. Quando si incomincia a stare insieme agli amici. Allora ci si riuniva preferibilmente attorno a uno di noi che aveva la chitarra. E si cantava. Era la fine degli anni Sessanta e ricordo ancora la prima canzone cantata insieme. Che tra l’altro era una canzone veramente rivoluzionaria per i canoni musicali dell’epoca: “Vengo anch’io. No, tu no!”. La cantava appunto Enzo Jannacci.

Non so bene se fosse realmente primavera. Ma ricordo quelle prime uscite con gli amici come fosse davvero primavera. Perché cantavamo e ricantavamo quei versi:

Si potrebbe andare tutti quanti ora che è primavera / Vengo anch’io? No tu no. / Con la bella sottobraccio a parlare d’amore / e scoprire che va sempre a finire che piove.

Con questo, Jannacci sembrava volerci suggerire: “che importa se poi va a finire diversamente da come avevamo previsto?”. Che importa – concludeva – se poi ci si rivede tutti a un funerale?

Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale / Vengo anch’io? No tu no / per vedere se la gente poi piange davvero.

Quando nella canzone si arrivava a questo tragico epilogo, scoppiava la risata. E ciò è un paradosso, evidentemente. Credo che sia stato questo banale aspetto la cosa più clamorosa di quella innovazione musicale. I suoi versi ci riportavano di fronte alla realtà vera, come veri erano quei versi dove si coglie l’imbarazzante pretesa di voler partecipare al proprio funerale per vedere se la gente piange con un pianto sincero. Ovviamente, l’unico modo per partecipare al proprio funerale è quello di andarci da morto. Per cui, per chi quarantacinque anni fa cantava quei versi non c’era altro modo che aspettare il funerale di Enzo Jannacci per vedere se la gente piange davvero. Se cioè la gente è sincera quando dice di amare un altro uomo, di uno per esempio come lui. Se l’uomo è capace di una tenerezza sincera.

La risposta di Jannacci è positiva. La sua idea era che questa tenerezza trascende gli stessi uomini, li investe nonostante la loro durezza, la durezza di chi magari è pronto “a tagliarti una mano”. Lo ha spiegato in un’intervista nella quale riandò a un giorno, quando si ritrovò di fronte «a un povero operaio stanco su un tram di Milano». Di fronte a uno di quegli uomini che non possono interessare a nessuno e che forse non interessava nemmeno a lui stesso. Ricordava: «Ero piccolo, mi trovavo su un tram, c’era un signore che era talmente stanco che il braccio gli cadeva, una, due, tre volte. Portava gli occhiali, di quelli da vista, ma da povero, di quelli che non sono stati valutati da un oculista e neanche da un ottico. Un povero operaio stanco. Gli caddero quegli occhiali e non sapevo se raccoglierglieli o meno, così nell’esitazione sono andato oltre, attratto dal tranviere che era alla guida. Quando mi sono girato quell’uomo aveva di nuovo gli occhiali ed era sveglio. Insomma, aveva un’altra faccia, come se avesse ricevuto una carezza, rincuorato».

La sua idea era che l’uomo, anche nella più sconsolata abiezione, può essere raggiunto da una carezza, può essere destinatario di un amore imprevisto, di uno slancio amoroso che ha un’origine lontana e misteriosa – chi mai avrà raccolto gli occhiali al povero operaio stanco? – ma che c’è, che è vero, che è reale e che davvero rincuora.

Enzo Jannacci ci ha lasciati; si è tenuto anche il suo funerale e tutto, effettivamente, si è svolto come lui aveva previsto. È morto «ora che è primavera» e la gente ha pianto davvero. Noi adesso troveremo forse qualcun altro con cui scherzare e con cui andare allo zoo comunale

per vedere come stanno le bestie feroci / e gridare “Aiuto aiuto è scappato il leone” / e vedere di nascosto l’effetto che fa.

Poi però dovremo cercare anche qualcuno come Jannacci capace di farci stare di fronte a queste “bestie feroci” che siamo noi stessi. Perché la vita è così e gli uomini mentono quando promettono “un mondo migliore” che in realtà non sarà che un mondo dove l’altro uomo è prontissimo “a tagliarti una mano” come cantiamo nella stessa canzone “Vengo anch’io. No, tu no”.

Ma non importa se va a finire così. Perché poi c’è comunque uno sconosciuto che ci riprende gli occhiali caduti per terra, un amore imprevisto che ci raggiunge con la sua tenerezza. Un amore che c’è, che è vero, che è reale e che rincuora. Che cambia la vita. Per cui, nonostante tutto vada a finire in maniera diversa da come avevamo previsto, potremo noi dire che l’uomo è ancora più uomo, che è ancora più vivo. Che un cuore ce l’ha veramente. Che non mente quando piange, quando ride. Quando si volta, commosso, a guardare «un povero operaio stanco su un tram».

Nonostante si vada a finire così, potremo dire di Enzo Jannacci che è ancora più uomo, che è ancora più vivo. Che l’unica cosa che è cambiata, semmai, è che adesso ha “un’altra faccia”, come quella di chi si ridesta dopo essere stato sfiorato da una carezza imprevista.

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http://www.f052.it, 15 aprile 2013

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