Carlo Gesualdo, una riconciliazione necessaria

Nella ricorrenza del quarto centenario della morte di Carlo Gesualdo da Venosa forse si poteva fare qualcosa di più per celebrare degnamente l’evento. Sicuramente, anche in questo caso, si tirerà fuori il tormentone della crisi economica e si dirà che a commemorare il Principe dei musici le casse dello Stato ne avrebbero risentito. Come se un impegno di spesa debba sempre precedere la necessità di fare cultura, il dovere della memoria, lo scrupolo di scrivere qualche pensiero su un giornale o il semplice pensare.

L’8 settembre di quattrocento anni fa moriva, comunque, uno dei maggiori innovatori della storia della musica. Probabilmente, ciò finirà per passare alla storia come l’ennesima occasione persa per le istituzioni culturali italiane. Non c’è un rigo dedicato alla ricorrenza nemmeno sui giornali nazionali. Mentre all’estero è stato pubblicato un ponderoso volume di Glenn Watkins, autorevole musicologo americano, intitolato “The Gesualdo Hex: Music, Myth, and Memory” con una prefazione di Claudio Abbado. Il libro è stato recensito a suo tempo dall’Economist con un articolo dal titolo significativo: Lurid rhythms.  Sempre Glenn Watkins, nel lontano 1973 aveva scritto un altro saggio sullo stesso compositore venosino, quella volta con una prefazione di Igor Stravinsky destinata a fare epoca. Talvolta capita di ascoltare qualche italiano lamentarsi del fatto che i capolavori dell’arte italiana finiscano all’estero, che le tracce della cultura italiana si perdano fuori dal nostro paese o che alcune tele di Caravaggio, per esempio, siano finite in Russia o in America. Il caso di Carlo Gesualdo da Venosa ci fa capire perché avvenga ciò.

Bernardo Bertolucci cominciò a lavorare a un film su Gesualdo, “Inferno e Paradiso”, che però non portò a termine; non ha nemmeno spiegato perché. Il motivo della “damnatio memoriae” nei confronti di Carlo Gesualdo da Venosa da parte del potere culturale italiano è da ricercare certamente nell’incapacità a superare la disabilità del moralismo, a fare i conti con il “lurid” della musica gesualdiana e con i fatti inquietanti della storia personale del principe.

E i fatti sono questi. La mattina del 17 ottobre 1590 la principessa di Stigliano, Donna Maria Carafa, uscì dalla camera da letto tutta vestita a lutto. Aveva passato l’intera notte in preghiera davanti all’immagine della Madonna. La principessa, infatti, era una donna religiosissima. Dichiarò alla servitù che, durante le orazioni, era stata trasportata misticamente sul luogo dove il marito era stato ucciso.

Ovviamente, la principessa Carafa fu presa per pazza: il marito della donna, Farizio Carafa, duca di Andria, era lontano da casa e dunque donna Maria non avrebbe potuto essere a conoscenza delle sue condizioni. La servitù pensò che, ormai, il misticismo religioso aveva spinto la donna alla follia. Ma quando giunse la notizia che il duca Fabrizio Carafa era stato realmente ucciso, così come sua moglie Maria aveva presagito, il terrore si diffuse nel palazzo.

Il duca di Andria era stato sorpreso in flagrante adulterio e perciò ammazzato insieme alla sua amante, donna Maria d’Avalos, “la più bella signora di Napoli”, moglie nonché cugina di primo grado di Carlo Gesualdo, principe di Venosa. Il quale aveva fatto irruzione sul posto del convegno amoroso insieme a una banda di suoi fedelissimi che aveva infierito sui corpi degli amanti con inaudita ferocia. Carlo Gesualdo incitava i suoi uomini urlando: «Ammazza questo infame con questa bagascia! A casa Gesualdo corna!»

La banda era così composta: Pietro da Vicario e Ascanio Lama armati di archibugi, Francesco De Filippi con un’alabarda, Pietro Bardotti che faceva luce con due torce e il principe con un lungo pugnale. Gesualdo inferse personalmente il colpo di grazia sulla bellissima Maria che prima invocò pietà, poi supplicò che almeno le fosse concesso il sacramento della confessione per affrontare la morte monda dal mortale peccato, infine implorò il perdono dal coniuge. Ma fu inutile: il principe, col suo pugnale, non esitò a squartarla lungo tutto il corpo.

Meno di due giorni dopo il fatto, fu istruito il processo. Davanti al magistrato Giovanni Sanchez e all’avvocato Muzio Surgenti, sfilarono tutti i testimoni; grazie a loro fu ricostruita scrupolosamente e interamente la dinamica del delitto. Ma il caso fu subito archiviato «stante la notorietà della causa giusta dalla quale fu mosso don Carlo Gesualdo principe di Venosa ad ammazzare sua moglie e il duca d’Andria».

Queste erano le leggi del tempo e tale la corruzione dei giudici. Il principe Carlo Gesualdo aveva ventisei anni quando commise l’atroce delitto. Il suo gesto fece scalpore perché egli era noto per essere un giovane mite, di elevati sentimenti, di grandi capacità artistiche – era un geniale compositore di musica – e, soprattutto, per essere di nobilissimi natali.

Carlo era nato da Fabrizio Gesualdo e Geronima Borromeo l’8 marzo 1566 nel castello Pirro del Balzo di Venosa. Il padre Fabrizio apparteneva ad una delle più influenti famiglie della nobiltà del vicereame di Napoli. Suo nonno, Fabrizio I, godeva del raro privilegio di poter state a capo coperto al cospetto del sovrano, l’imperatore Carlo V. Il padre di Carlo Gesualdo, al tempo del regno di Filippo II, figlio di Carlo V, fu consigliere del re e fu inoltre insignito dell’ambito titolo di Grande di Spagna. Egli aveva sei fratelli, tra i quali Alfonso, che diventerà cardinale, e la bellissima Sveva.

Sveva, la sorella minore di Fabrizio Gesualdo, sposerà Pierantonio Carafa e, in seconde nozze, Carlo d’Avalos dal quale ebbe Maria. Colei che, benché cugina di primo grado, volle unirsi a Carlo Gesualdo in un matrimonio che ebbe quel tragico epilogo cui abbiamo accennato.

L’ambiente in cui visse Gesualdo da Venosa fu quello di una delle più esaltanti stagioni della storia. Un ambiente dove ogni cosa, sia nella vita personale dei protagonisti, sia nelle vicende storiche, era sottoposta a grandi sconvolgimenti. Lo stesso Carlo d’Avalos, suocero di Carlo Gesualdo, che l’imperatore Carlo V aveva voluto tenere a battesimo personalmente, aveva militato sotto le armate del leggendario don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo dell’imperatore, colui che a Lepanto annientò l’invincibile flotta ottomana, in una delle battaglie navali che hanno davvero cambiato il corso della storia.

Grande influenza sulla vita di Carlo Gesualdo ebbero il cardinale Alfonso Gesualdo, fratello del padre, e il cardinale Carlo Borromeo, fratello della madre, che in quegli anni erano considerati i più influenti membri del collegio cardinalizio oltre che i maggiori protagonisti del rinnovamento cattolico uscito dal concilio di Trento.

Particolare ammirazione e affetto nutriva Carlo per il nonno, il principe Luigi Gesualdo, e per lo zio, il cardinale Borromeo, del quale portava il nome. Scrive Giovanni Iudica ne “Il principe dei musici” (Sellerio Editore), libro dedicato a Carlo Gesualdo: «Carlo era molto legato al nonno: quand’era bambino restava ogni volta incantato ad ascoltare la storia, ripetuta ogni sera, della avventurosa guerra combattuta contro il terribile corsaro Barbarossa. La morte del nonno fu per Carlo il primo dolore. Pochi mesi dopo, un altro lutto riempì Gesualdo di grande cordoglio: morì il fratello di Geronima, Carlo Borromeo, l’ammirato e amato zio Carlo». A questi lutti se ne aggiunse anche un altro, quello per la morte del fratello maggiore Luigi. Da allora i genitori Fabrizio e Geronima non toglieranno più il lutto. Nella vita di Carlo fece il suo ingresso questa realtà del dolore che dominerà, negli anni successivi, tutta la sua vita e la sua arte. Fu allora che Carlo Gesualdo compose il “Delicta nostra ne reminiscaris, Domine”, l’unica opera firmata col proprio nome.

Dopo che il delitto fu scandalosamente archiviato dal magistrato, il principe di Venosa si sottrasse alla vendetta rifugiandosi nel castello di Gesualdo, località presso Avellino, una fortezza inespugnabile. Lì l’uxoricida visse appartato, finché non fu possibile convolare a nuove nozze con Eleonora d’Este, figlia di don Alfonso, duca di Ferrara, Modena e Reggio, e di Giulia della Rovere. Il nuovo matrimonio non allietò la vita di Carlo Gesualdo, anzi aggiunse anche un nuovo lutto: la morte colse, alla tenera età di tre anni, l’unico figlio avuto da Eleonora. Né felici furono i rapporti con la corte estense salvo quelli con l’ambiente musicale di Ferrara dove Gesualdo poté pubblicare i primi madrigali. Tornò quindi a stabilirsi definitivamente nel suo castello avellinese, ma furono anni di ossessioni e di rimorsi per la sua colpa, anni di desolazione: «Io pur respiro in così gran dolore, / E tu pur vivi, o dispietato core».

Il principe di Venosa componeva i suoi madrigali e offriva la sua protezione agli artisti. Non si mosse più dal suo castello. Scrive Giovanni Iudica ne “Il principe dei musici”: «Il principe non partecipò neppure alla canonizzazione di suo zio Carlo Borromeo, che si celebrò a Milano nell’ottobre del 1610. Si sentiva stanco, ammalato: l’asma, le emicranie, l’atonia intestinale lo facevano sentire prossimo alla fine. Nella corrispondenza con il cardinale di Milano, Federico Borromeo, il principe chiedeva ora, insistentemente, di avere un ritratto al naturale del santo e, qualche reliquia, per ricordo e per sacro balsamo alle sue infermità».

Si dice che due o tre volte al giorno si facesse percuotere energicamente per scacciare il diavolo dal suo corpo. Al pittore fiorentino Giovanni Balducci, Carlo Gesualdo commissionò una grande tela, la “Pala del perdono”. Nel dipinto, in alto, è raffigurato Cristo giudice attorniato dalla Madre e dagli angeli; in basso, le fiamme del purgatorio lambiscono pericolosamente Carlo, in soccorso del quale interviene il Borromeo che si rivolge a Cristo, implorandone il perdono. È un’opera che vuole trasmettere tutto lo sgomento del principe, oltre al senso più profondo della rivoluzione culturale determinata dalla riforma tridentina e dal suo principale artefice, Carlo Borromeo: la salvezza è per tutti gli uomini, anche di chi si è reso colpevole del più atroce dei delitti. Il destino ha voluto che fosse proprio il nipote del Borromeo, il principe di Venosa, a rendere evidente, con la sua tormentata vita, la necessità di questa divina misericordia: «Delicta nostra ne reminiscaris, Domine» (Non considerare, Signore, le nostre colpe).

La riscoperta della musica del principe è avvenuta grazie soprattutto a Igor Stravinskij che lo definì «uno dei più personali ed originali musicisti mai nati». A lui si deve il “Monumento pro Gesualdo da Venosa ad CD annum”, una composizione per strumenti a fiato e archi, ultima opera del compositore russo. Quella di Stravinskij è una riabilitazione che vuole esprimere anche la necessità di una riconciliazione, che vuole esprimere la dolorosa invocazione di ogni uomo: «Non considerare, Signore, le nostre colpe».

—————

Parte del presente post è già stato pubblicato in data 8 settembre 2011 su http://www.f052.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...